Ha senso parlare di filosofia della percezione?

 

(1) "C'è motivo di temere che anche il nostro tempo rifiuti la filosofia e che anche in esso, ancora una volta, la filosofia non sia che nuvole. Filosofare, infatti, è cercare e ammettere che ci sono cose da vedere e da dire. Ora, al giorno d'oggi non si cerca più molto. Si «ritorna» a questa o a quella tradizione, la si «difende». Le nostre convinzioni si fondono non su dei valori o su delle verità percepite, quanto piuttosto sui vizi o sugli errori delle convinzioni che rifiutiamo".

 Così scriveva Maurice Merleau-Ponty nel 1953, in Elogio della filosofia.

  La filosofia della percezione, sarebbe perciò un sapere paradossale, poiché la "filosofia" richiede, per esistere come "scienza del pensiero", un parziale oscuramento della sfera percettiva: vedere, dire, udire, sentire distraggono e sviano dalla tradizione confermativa del sapere acquisito. Meglio sarebbe associare la ricerca sulle forme della percezione sensoriale con l'anti-filosofia. Nel verso per cui, entro lo statuto stesso della filosofia, si riproponga la sua messa in discussione permanente, la sua contestazione come sapere stabilizzato e ordinato in categorie.

   Infatti una filosofia della percezione è un vero non-senso, in quanto presuppone di associare due cose che, da sempre, sono in antitesi conflittuale, come il sentire e il pensare. Alcuni ritengono che pensare e sentire sono la stessa cosa, e ,così facendo, non ottengono altro risultato (filosofico) che quello di offendere sia il pensiero che la sensibilità. Bisogna invece prendere atto di tutta la drammatica dicotomia che esiste fra queste due eminenti attività dello spirito umano per afferrarne anche il valore cognitivo e la bellezza. Lo spazio armonico, che in tal maniera è possibile aprire, può ridare vigore alla curiosità, alla meraviglia e agli incantamenti fascinativi che il mondo percepibile può rappresentare per lo stesso pensiero. La distanza, presa come misura della differenza, fra il percepito e il pensato, è la madre di questa costante rigenerazione capace di produrre sia verità che bellezza.

   In questo senso, sia il dire la verità che il vedere la bellezza, come scriveva Merleau-Ponty, possono tornare a designare l'operazione filosofica, estremizzata sino alla forma paradossale e dialettica dell'antifilosofia, necessaria come atto denegativo di ogni sterile sapere (filosofia inclusa).

   (2) La filosofia, quando si occupa di percezione, rischia di amplificare le difficoltà che la scienza incontra in materia. Infatti sia la scienza che la filosofia sono condizionate dal fatto che l'uomo non percepisce il mondo così come il mondo è. Questa "illusione scientifica" è spesso bilanciata da un'altro errore: quello di ritenere che il mondo è quel che si vuole esso sia. Sia che si interpreti la volontà come azione, sia che la si prenda come desiderio o aspirazione. La fede filosofica porta con sé questa ingannevole esuberanza dell’intendimento.

   Il fatto che il mondo appaia come reale, ossia come ciò che vi è di più reale (somma di tutte le realtà), è un risultato (percettivo) condizionato da una doppia elisione, da una duplice misconoscenza. Questa percezione immediata elementare è prodotta esattamente da una operazione di scarto e di "scepsi": dovendosi escludere sia che il mondo coincida con ciò che è (oggetto, quiddità), sia che, viceversa, esso dipenda dall'azione soggettiva dell'apprendimento, della intuizione o pensabilità (o "rappresentazione", come voleva Schopenhauer). Collocandosi nello spazio in cui entrambe queste forme estreme di “illusione percettiva” funzionano l’una come limite dell’altra, la domanda di certezza, da cui il Soggetto della conoscenza è segnato sin dal primo momento, appare paradossale, giacché sembra partire col piede sbagliato, ossia da una DOMANDA INCASTRATA TRA DUE RISPOSTE IMPOSSIBILI. Questa APORIA rappresenta però, nella sua forma positiva, ciò che permette che un vuoto-di-mondo, generato da due NON-POSSIBILITA’ incrociate, possa rendere possibile il fenomeno percettivo concreto. Una corrispondenza, nata da una doppia solitudine cognitiva e da un doppio bisogno-mancanza, che da soli non riuscirebbero a produrre senso, è dunque la madre di quel mondo che, nondimeno, continua ad apparire (in quanto “prodotto finale”) o come "mondo esterno" o come "mondo interno".

 

 

 

 
 

 

COSTRUIRE / PERCEPIRE

 

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