MATERIALI 3

Utopia, storia e verità in Charles Fourier

© Antonio RAINONE 1996

   “Topos” vuol dire in greco “luogo”, “regione”, “spazio”, “parti del corpo”. La topica della Verità teorizzata da Fourier è a ragione una BI-TOPIA dei modi maggiore e minore, sovraordinata ai due spazi “visivo” e “acustico”, al mondo dell’Occhio e a quello dell’Orecchio, alle regioni dell’Agire e del Patire, ai due Gran Teatri della Tavola gustativa e del Sinfonico Operistico, ai due lobi cerebrali Sinistro (visivo) e Destro (uditivo). Ma due luoghi non possono mai essere lo stesso luogo: unire i due “topoi” è possibile solo in un Non-luogo, in una Utopia che sia neutrale rispetto ai due, “neuter, né l’uno né l’altro”. Certo si deve parlare anche di una parola localizzata, topicamente incorporata nella realtà, ma la parole hors lieu della descrizione bi-topica è parola fuori-corpo: non riguarda nessuna “parte del corpo”. Il francese “parole hors lieu” si rende, grecamente, con il termine “u-topo-logia”.

            L’Utopologia trova così un suo particolare statuto epistemologico come scienza del confine o limite (nella combinatoria rappresentato dalla permutazione(11a) e non dal “rovesciamento dialettico” che, ove fosse, sarebbe una proprietà della composizione(12a)) fra la verità regionale esclusiva della individuazione gastrosofica, luogo della conservazione individuale, e la verità regionale della composizione, luogo “infero e magico” della riproduzione genericaluogo anti-luogo del “ricreativo erotico-musicale”. Il “né l’uno, né l’altro” del distacco dalla parola topologica, cioè incarnata, ci pone davanti i due Mondi dell’Apollineo e del Dionisiaco con tutta la loro complessa trama di coabitazione in una Unità difficile a definire.

            Per tenere a battesimo la fourieriana Utopologia  o Teoria dell’Unità bisogna comunque costituirne i due pilastri teorici: la Gastrosofia maggiore (bellissima parola che indica l’unione della gastronomia e della gourmandise, cose che invece Brillat Savarin, cognato del nostro Fourier e grande imbroglione, tiene ancora separate nella sua Fisiologia del gusto) e la Erosofia minore (termine che propongo anche per la versatilità d’essere inteso sia come amore del sapere sia come scientia amoris).

         In effetti il nesso che pone in relazione gli Agenti patematici della verità minore (tattili e uditivi) non è coordinabile in modo “cosciente”: la necessità stessa della composizione onnimodale richiede che la moltiplicazione dei possibili non possa esser risolta coscientemente, essendo la “Composite” una passione operativa precedente e presupposta all’ordine maggiore. La composizione è “primordiale” rispetto al Mondo  delle forme coordinate dello spazio “visivo”. L’insensata inafferrabilità e indescrivibilità del Mondo Minore introduce nella regione del non-senso e delle virtualità inconsce, nelle quali magia e mito scavano nell’origine, continuando però l’opera della creazione di un presente. La latitudine passiva, la follia fuor d’ogni limite, della quale l’uomo è soggetto istintuale e automatico (automaticamente mosso), assegna a questi una “virtù” che è una sorta di passione fotografica: al suo stesso interno, come in un “otto interiore” di fabbricazione lacaniana, un patema simbolico si rende complementare a se stesso componendo le intersezioni di una camera oscura con due attori che, sullo stesso palcoscenico, recitano lo stesso copione, l’uno partendo però dall’inizio, l’altro dalla fine. E’ una “tragedia musicale”. Qui gli attori non desiderano che accordarsi, ma questa passione d’amore e di fusione non potrà mai essere soddisfatta nel suo stesso luogo di origine: la genesi è l’origine stessa del luogo, quel luogo che nato figlio neutrale dagli Eterni Attori si trasferisce per apparire e perdurare nel Mondo Superiore, nel Mondo dell’Occhio. 

            Tutto ciò è nella sola natura che ci compete: la radice dell’uomo è l’uomo stesso. L’uomo è quindi capace di amare e di conoscere la sua verità in progressione:  “L’homme n’est point, comme il se dit, l’être complet et culminant d’une création rationelle. La progression inaccomplie que sollicitent les instincts de l’homme c’est la compréhension de la vérité. L’être compréhensif arrivera... ce qui est mystère pour l’être pensant sera perception pour l’être compréhensif”[AR1] . In un altro passaggio Fourier contrappone a “pensant” il termine “pensif” che indica il pensare comprensivo di questa Verità.

            L’enigma da risolvere è tutto qui: sciolta l’ingarbugliatissima matassa dei nodi passionali, illuminata la verità delle passioni sarà comprensibile la passione della verità, cioè della parola fuori-luogo. L’Uomo potrà comprendere la SUA verità; sarà quindi fatta una verità ch’era sempre “disfatta” dal disordine passionale. Ci voleva un Uomo capace di tanto “tricotage”! “Soit l’OEdipe nouveau de cette énigme obscure!” si  dice spesso Fourier. Attenzione però a non scambiare questa verità con l’Illusione del desiderio utopico di un ritorno al non-luogo EU-TOPICO dell’Origine. Questa sarebbe la via della misconoscenza di tutta la meccanica passionale, il tralignare dall’Ordine Dieci-Tredici della Progressione. Sarebbe la via della perversione totale e dell’impossibile ritrovamento di un Paradiso perduto. L’Uomo procede invece da un Eden utopico verso una “supertopica” Armonia, definibile come perfezione dell’essere comprensivo dell’Uomo stesso e della sua progressione.

            L’instaurazione di una armonia seriale basata, come abbiamo visto, sulla meccanica della serie misurata perviene a questa trasformazione, capace di legare nel presente, in una sorta di circolarità perfetta, sia lo stato iniziale dell’immaginario storico detto Eden sia quello finale anti-edenico: l’armonia è, in questo intervallo di assonanze-dissonanze, una sorta di canone perfetto eseguibile dal sinfonium umano dopo un lungo periodo di accordi crescendi e seguito nuovamente da una fase di rumori polifonici discordanti. Si deve immaginare concretamente una orchestra, con le varie fasi di concertazione, per avere l’immagine della storicità di queste fasi ascendenti e discendenti.

            Le innumerevoli utopie pubblicate dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, sono in massima parte illustrazioni fuori testo di un libro tanto tipograficamente perfetto quanto topograficamente inconcluso, per la vulnerabilità di quell’oggetto-Mondo che è il libro in quanto tale: il sogno di un luogo-non-luogo in cui il libro sia Legge, Realtà, Vita, è il sogno di una conservatoria bibliotecaria che possa eternizzare il Biblion e relativizzare il Lettore. In una tale Biblioteca dell’Immaginario figurano, fra migliaia di testi, tanto l’Utopia di  Moro quanto l’Arlecchino Imperatore della luna di Cyrano de Bergerac o le Notizie dal Nulla di William Morris[AR2] . “Gli uomini per salvare i Libri perderanno il Mondo”, ripete spesso Charles. Si può comprendere questa nota dolente anche in rapporto alla ossessione “utopica” con cui le mentalità riformatrici del Secolo dei Lumi hanno equiparato il Libro e il Progetto architettonico: una mappa tracciata sulla carta è una Utopia di per sé che si deutopizza naturalmente nel cantiere della Città Nuova, postulando una sua specularità immediata con la realtà mondana. Che errore nefasto, per il nostro Charles!

            L’utopia fourieriana è invece una utopia musicale, espressione del medium acustico sinfonico e della polivocalità espressa massimamente nel cromatismo dei suoni e dei colori. Per questo motivo la chiamo multimediale e non tipografica. Si potrebbe perciò dire che Fourier è il Mozart dell’Utopia.

            Questa caratteristica può apparire come un ulteriore motivo di fragilità e di incongruità, rispetto all’utopia bibliografica, per la maggiore evanescenza del medium adottato per la costruzione dei paradigmi argomentativi, che sono appunto musicali e matematici. Non a caso nella trasposizione realistica della utopia multimediale, cioè nel falansterio, non v’è spazio, al contrario di tutte le città ideali di platonica memoria, per il libro o la biblioteca. Anche se, in effetti, la cultura-informazione vi è sommamente presente in ogni momento della vita associativa. In effetti l’utopia di Fourier è non-scrivibile, e quindi non istituzionale. Non è possibile una costituzione cartacea della multimedialità. Non vi sono codici scritti che restituiscano il polimorfismo dei multiversi percorsi della geroglifica unità dell’Armonia. Fourier non può essere considerato il “principe degli utopisti”, poiché egli non ha contrapposto Un Libro al Mondo, ma ha rovesciato questo rapporto progettando un Mondo comprensibile in un Anti-Libro. È il libro che è imperfetto, mancante, che “fa buco” nella sua essenza; ed è per questo motivo che solo un non-libro può contornare e contenere una immensa vacuità che è la non localizzabilità stessa del Cosmo, il suo non-luogo fisico. Eppure, proprio in ciò, nella totale non-biblicità della scrittura che non si conclude in una localizzazione, si deve intravedere l’utopia fondamentale (o A-topia) dell’essere dell’Uomo. Cosa che si può benissimo designare con la sua ustericità, o se si vuole con l’isteria a-poretica della femminilità intellettiva del vecchio Socrate.

            L’anti-libro di Fourier è dunque emblema della asimmetria multimediale Uomo-Donna, Occhio-Orecchio, ecc. e non del medio tecnico che si chiama “libro”. Emblematicamente nel cuore del suo dualismo c’è l’androginia che ritroveremo magnificata quando si parlerà della sua biografia. Con la sua opera egli diventa il becchino dell’Utopia video-topografica che, paradossalmente, egli fa esplodere estremizzando (tecnicamente) tutte le sue deficienze e tutti i suoi luoghi comuni in un caleidoscopico panorama di esagerazioni mirabolanti, vero e proprio Rabelais redivivo della storia del libro stampato. Dopo Fourier l’utopia ritorna ad essere un sogno, come Il sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij che così amaramente fa bestemmiare il Cioran di Storia e utopia. Il fuoco d’artificio sparato per salutare l’epoca inaugurale della fantascienza politica di un Nuovo Mondo ha, in tal modo, congedato il vecchio abito della comunicazione “biblica”. Senza che nessuno se ne sia accorto è stata inaugurata l’epoca della comunicazione audio-visiva che farà dei bazars, delle vetrine e dei boulevards i nuovi luoghi della pratica filosofica. I parigini incolti, come Baudelaire, hanno sempre saputo che posto dare alla nuova religione dell’armonia. È alla Sorbona che non l’hanno capito, o, se l’hanno capito, non l’hanno scritto sui giornali.

 

            Riprendendo una tradizione filosofica che risale al neo-platonismo rinascimentale, Fourier definisce l’uomo “miroir omnigénérique”[AR3] : il suo essere reale, come uno specchio polimorfo, è nell’essere in una congiuntura che lo compone dissolvendolo e viceversa lo dissolve componendolo. L’universo intero, il macrocosmo ovvero “la realtà”, può così essere non solo rispecchiato (cosa che però non avviene mai in modo lineare) ma modificato in ogni genere, secondo l’attività delle tre passioni distributive: il reale che ogni specchio produce è una sintesi nel movimento delle scale della difformità speculare sino alla coincidenza della rassomiglianza, pausa visibile di alternanze combinatorie giuocate nei risvolti della passione meccanizzante. Un punto ancora è ben chiaro: il “reale” dell’uomo non è la realtà anche se in una certa regione reale e realtà  possono toccarsi e illusoriamente unificarsi. In effetti questa distinzione era già implicita negli schemi 2 e 3, essendovi definito il “reale” come il percorso dell’uniteismo della meccanica passionale, insomma come il prodotto delle passioni matematiche, la “realtà”, invece, come oggetto comune e principio unificante dei cinque sensi materiali, relazione concatenata udito-tatto-olfatto-vista-gusto, secondo la progressione  che muove da A-grande ad a-piccolo. Anzi, ad essere precisi, per Fourier vi sono due “realtà”, quella maggiore di “a” e quella minore di “A”. Vi sono due Mondi fisici, quello dell’Occhio e quello dell’Orecchio. Il Reale, UNO, è nel senso di marcia della progressione della 13^ passione, l’uniteismo.

            Questa “verità geometrica” richiede, per essere riconosciuta, la connessione della verità nei modi maggiore e minore, come abbiamo visto; essa è perfettamente incomprensibile sia agli occhi di chi il reale sa solo mangiarlo (gastronomia filosofica), sia alle orecchie di chi sa solo ascoltarlo o toccarlo (erosofia teologica).

            Se la Realtà esterna è data dall’accollamento dei termini “a” e “A” dei nostri schemi, il Reale, inteso come Mondo interno, è piuttosto il prodotto della correlazione .

    Questo punto, con tutta la sua problematicità, chiarisce quel che chiamerei il paradigma della incongruità fourieriana di Realtà e Reale. Esso postula una asimmetria fondamentale fra realtà sensoriale esterna e Mondo psichico interno. La problematicità della distinzione netta di queste due vie della “realizzazione” deriva dalla trasversalità che così viene introdotta fra psicogenesi uniteistica (modellizzazione soggettivizzante di categorie creative) e psicologia della individuazione concreta (economia degli investimenti “oggettuali” individuali). Questa scissione vedremo non essere insignificante sia per la comprensione di rilevanti punti della biografia di Charles (la sua schizopatia), sia per la problematica correlazione del modello interpretativo “psicogenetico” (matematico-biologico) con quello “psicoanalitico” (psicologico-affettivo). La trasversalità di psicogenesi e psicoanalisi ripresentando, in un certo modo, quella delle due dinamiche così nettamente differenziate nel paradigma fourieriano di incongruità di Realtà e Reale.

            La dualità fisica della realtà è inoltre diretta espressione della doppiezza fondamentale della fisicità della luce e del suono. L’armonicismo ottico-acustico (multimediale) postula in verità una unitarietà nella stessa Natura (unità nel Macrocosmo, distinta dalla passione microcosmica dell’uniteismo che è appunto nel Reale del soggetto). E però la ricerca di questa unità della natura, che io ho ricondotto al tema del Doppio Mondo dell’Occhio e dell’Orecchio, è talmente intrecciata, in quanto “cosmogenesi”, con il tema della “psicogenesi” e della logica affettiva, da rendere l’interpretazione del Sistema di Fourier nel suo complesso un’impresa assai ardua. Ma fattibile, come vedremo ancor meglio in seguito.

           

 

 


            Note a MATERIALI 3

 


 [AR1] Manuscr., 12.2, pp. 14-5.


 [AR2] “L’utopia è legata al libro, al mondo del discorso come articolazione del mondo e della storia, alla tipografia e ai segni che il Rinascimento sostituisce, nella visualità, al mondo della parola e dell’ascolto: mondo dello scritto che è scrittura del mondo in quanto rappresentazione ideale della storia e dell’essere sostituiti alla storia e all’essere. Ma, nello stesso tempo, l’utopia è il libro nel quale il libro è decostruito per esibire i processi attraverso i quali esso si è costituito.” Louis Marin, Utopiques: jeux d’espaces, Minuit, Paris, 1973, p. 92. Si veda anche l’importante testo di Bronislaw Baczko, Lumières de l’utopie, Paris, Payot, 1978.


 [AR3] Le Nouveau Monde Amoureux, Paris, Anthropos, 1967, p. 13.