Dialogo quattro sul senso

 

 

(Tramonto nell'isola, 1999)

A proposito  del ri-sapere: Questa figura era giapponese con la stessa logica per cui lo sarà ora che si è detto che "era giapponese".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dialogo cinque sulla sensibilità

 

 

 

 

 

 Il Maestro e l'Allievo  cercano di costruire uno spazio comune senza doversi scontrare per il controllo dei confini. Così fluttuano entrambi entro un luogo liquido .... naufragio e salvezza coincidendo entro la stessa cornice.

 

 

 

 

 

 

Dialogo cinque sulla sensibilità

 

 

  La designazione arriva a dare-verità ai segni solo aggiungendo errore al senso. E l'errore è confermato, o istituzionalizzato, dalla ripetizione o dal ri-sapere.

 Al termine errore  si possono aggiungere o integrare:  scarto (écart), deviazione, scambio, sostituzione, distrazione, fuoruscita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©doppiomondo.net |feb. 2009|

 

   Il Maestro non aveva mai toccato il problema del significato da dare al suo insegnamento. Quando il fratello più anziano dell'Allievo tornò dal Giappone con un quadro senza titolo, si pose la questione di dare un nome a quella figura pittorica che sembrava sfuggire ad ogni definizione. Discutendo del quadro giapponese si arrivò anche a ragionare di come le parole, in quanto segni, possano designare dei significati  e dare senso agli oggetti della percezione.

- Mi sembra che i pennelli siano ciechi come le orecchie che ascoltano solo il rumore, disse il Maestro senza allontanarsi dalla sua calma tradizionale.

- Questo avevo una volto sognato: che dalla mia bocca uscissero delle immagini già fatte, come fossero figure accreditate di visività e di lucentezza - continuò il Maestro – e per questo sogno ho anche pensato che non si deve mettere un limite alla definizione di ciò che per noi uomini ha un senso e un significato preciso. Poiché ogni cosa può essere rovesciata nel suo contrario, come sanno bene tutti quelli che lavorano nel campo delle arti. Tu però faresti bene a dare un nome a ciò che vuoi apprendere da me, perché io stesso non ne sento il bisogno.

- Penso che il mio studio sia quello della grammatica - rispose l’Allievo con sollecitudine - e che giovandomi di queste conoscenze potrò passare attraverso la porta che mi tiene nascosto ciò che io ora ancora non conosco, poiché in quella stanza, in quel luogo in cui voglio entrare, il mio sapere non ha ancora fatto capolino. Dico bene?

- Sì e no. Dal tuo punto di vista è giusto pensare che vi sia un fine per la fatica che fai e quindi una ricompensa certa che ti attenda. Dovresti anche ricordare che, come amava sostenere Socrate, comune è lo spazio che si costruisce dentro la parola. Io non conosco ciò che tu ignori, ma non ti inganno dicendoti che ti sarà dato sapere ciò che non sai e che vuoi ti sia svelato. Il luogo in cui risiede la nostra amata verità è solo quello che noi stessi riusciamo a costruire, nel nostro essere entrambi una idem-identità. Per essere più preciso, dico che l'identità di un'identità consiste nell'usare, in maniera comune e collettiva, uno spazio vuoto-di-senso per il singolo preso nella sua singolare ipseità. Direi una specie di spazio capace di contenere sia gli oggetti dotati di senso sia se stesso, come fosse specchio di se stesso. Capisco che questo è un concetto complicato, ma possiamo semplificare dicendo che la verità è simmetrica a se stessa e si mantiene in questo stato anche quando interviene una rottura di simmetria, cioè una produzione di senso. Ora, appunto, partendo dalla forma di questa territorialità prestabilita, la costruzione di unità informative che leghino senso e segno è opera della designazione. La designazione permette di dare un senso non neutro al nostro parlare. Quindi orienta in una direzione precisa i segni dando loro senso. Il senso che diamo perciò alla nostra impresa linguistica ci differenzia immediatamente, come ipseità, a partire da questa nostra comune residenza elementare nello spazio-specchio-della-Verità [enfasi]. Prendi l'esempio di due viandanti che si trovano esattamente nello stesso punto della strada. Nessuno dei due può vantarsi di qualcosa che l'altro non ha. Appena cominciano a muoversi l'idem-identità si rompe e interviene la differenza che vi è fra chi sale e chi scende una via che, sino ad un attimo prima, era la stessa per entrambi. La via resterà comunque la stessa, quale che sia la scelta di senso dei due viandanti. Una cosa questa che aveva capito bene già Eraclito.

- Io però non ho capito bene. Sarei dunque in cammino verso ciò che già sono, e inoltre posso scoprire solo ciò che mi sono precluso col mio presupposto di voler poi arrivare a ri-sapere [enfasi]? Insomma, tornando alla mia domanda di verità, posso solo sperare di sapere ciò che già conosco? Perché dovrei sforzarmi e faticare per arrivare lì dove già mi trovo? Questo ragionamento ha tutta l'apparenza di un paradosso. Vero che anche Sigmund Freud amava ripetere "Ich bin wo Es war" [ Io sono dove era l'Es] per dire che vi è un dono che solo il sapere può concederci. Un dono-destino che porterà l'io a ritrovare Sé lì dove era già stato il suo Inconscio. Ma la frase di Freud ha un senso solo in quanto si tira in gioco il desiderio e la sua economia circolare. Per me, la parola e il sapere non sono condizionati da questi meccanismi compulsivi che governano la psiche profonda.

- È ancora una volta incompleta la tua visione delle cose - rispose il Maestro, mentre si avvicinava una mano agli occhi -. Non vi è differenza alcuna fra sapere e ri-sapere. Vi è però una grande distanza fra sapere e non sapere. Il problema sta nel fatto che fra il sapere e il ri-sapere si colloca il non sapere: un attore recita oggi per recitare nuovamente domani, ma non recita affatto fra oggi e domani. Quindi il suo problema, come il nostro, è quello di capire cosa fa l'attore quando non sta recitando. Come dire: cosa facciamo Noi mentre non risappiamo ciò che sappiamo? Chiediamoci cosa avviene negli intervalli di pensiero di cui è intessuto il linguaggio. È in questo vuoto-di-sapere [enfasi], che si colloca fra il ri-saputo e il già-saputo, che bisogna cercare il senso di quello che io chiamo il Titolo della lettera, utilizzando in maniera eretica un concetto già usato da altri (NOTA).

- La fissazione del silenzio - continuò il Maestro - è quella operazione che insiste nella separazione fra la parola pronunciata e quella ancora da proferire. E, in questo caso, il ri-dire, o la ripetizione del dire, è sempre una occasione di conferma della parola che per prima ha dato inizio alla catena della conoscenza. Una conferma tradita necessariamente dall'errore incombente sulla fragile e aleatoria funzione della rinominazione. Infatti l'errore è tanto necessario al senso quanto la conferma del risaputo e dell'ovvia banalità del primo Titolo che abbiamo dato al Dato. La designazione o la nominazione, se preferisci, è parte di questo Titolo. Ma ogni nominazione comporta una correzione, e ogni correzione designa un errore. Per questo motivo i latini dicevano che parlare è correggersi. "Loquere est se corrigere".                                                                                 Torniamo ora alla questione di come la designazione pervenga ad assegnare un senso a ciò che è oggetto del suo giudizio. Diamo perciò un Titolo al quadro che tuo fratello ha portato con sé dal Giappone. Pensiamo ad un titolo per il quadro e con ciò introduciamo il risapere al sapere che fu del pittore quando seppe servirsi dei pennelli per esprimersi. La designazione è anche madre del vuoto di sapere che esiste fra il segno designante e il designato o il "disegnato". In questo caso infatti parliamo di un disegno. Vale a dire che il senso di ogni segno non è mai monosemico, per gran sfortuna dei cattivi matematici che amano la precisione. Il rapporto segno-senso è molto più complesso di quel che possiamo dirne ora, ma gran parte di questa complessità nasce appunto da questa pluralità infinita che si apre nello spazio della ripetizione e dell'errore. Insomma, avviene che  la designazione arriva a dare-verità [enfasi] ai segni solo aggiungendo errore al senso. E l'errore è confermato, o istituzionalizzato, dalla ripetizione o dal ri-sapere. Questa è una tesi filosofica che ho molto a cuore e che spero tu imparerai ad apprezzare sotto i suoi vari aspetti, e che ti porterà ad approfondire lo studio del rapporto fra il ri-sapere e il ri-dire.

- Se quindi chiamiamo il nostro quadro "Tramonto nell'isola" - disse l'Allievo - questo Titolo produce la sua dicibilità nel sapere solo perché esso Titolo è ripetibile dagli altri. Tutti o pochi "altri" che essi siano, la ripetizione è parte del Titolo. Aggiungo che vedo una circonferenza isolata sull'onda del mare che si incurva perché il sole sta tramontando. La cosa non significa niente al fine della designazione, perché lo spazio segno-senso si costruisce fuori dalla mia sfera intenzionale. Fuori da ciò che io voglio vedere in ciò che vedo. Mi viene però da pensare che mio fratello avrebbe chiamato il quadro "Isola del Tramonto". Disse proprio "Isola del Tramonto", quando me lo fece vedere la prima volta. Poi non ha più ripetuto queste due parole. Noi, in fondo, abbiamo solo invertito il senso di queste due parole, volendole rinominare.

- Dobbiamo aggiungere - concluse il Maestro - che l'isola è nel tramonto come il tramonto è nell'isola. Spazio della sospensione e intervallo di una dimensione liquida, fluida ... Forse dovrei io chiedere a te in quale direzione dirigere l'imbarcazione che ci tiene sulla superficie di questo strano mare della Designazione. Cerchiamo entrambi un'isola che c'è solo al momento del tramonto. Tuo fratello ci ha fatto perciò un bel regalo.

 

(NOTA)

In quel periodo il Maestro aveva imposto all'Allievo la lettura attenta de Il fattore della verità di Jacques Derrida, insieme alla rilettura del racconto di Edgar Allan Poe, La lettera rubata, di cui il testo di Derrida è un commento.