Aristotele, De Anima  II (B) 4, 415b: "il primo principio del movimento locale è l'anima: però non in tutti i viventi c'è questa facoltà. Anche l'alterazione e l'accrescimento dipendono dall'anima: in effetti la sensazione sembra sia un'alterazione e nessun essere sente che non sia fornito di anima." (p. 137, tr. it. Laterza 1973)

 

 

 

 

Non c'era la luna e neppure il sole poiché si era in un interno senza finestre e senza porte (una porta c'era ma era stata chiusa).

 

 

 

L'anima del mondo in un disegno di Charles de Bovelles:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vi è un principio euristico che è bene rispettare il più possibile. Esso dice che per spiegare ciò che è complesso non dobbiamo complicarlo ancora di più se non per trovare una semplificazione finale che riporti la complessità allo stato della evidenza più elementare. L'analisi delle sensazioni ha sempre fatto questo lavoro in modo subliminale, per il fatto che la sensazione è percepita come la più elementare delle forme delle conoscenza. Eppure la possibilità della sensazione richiede fattori enormemente complessi.

 

 

ψ Lettura consigliata: Robert Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta (ed. it. Adelphi)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(*) Fra due corrispondenti accadde una volta che uno dei due spedì all'altro una Lettera lunga dieci pagine con un titolo di una sola parola. L'altro rispose con una Lettera che conteneva solo una frase composta da sette parole, ma con un titolo che occupava tre pagine di   fitta e minutissima calligrafia. La cosa più strana era dovuta al fatto che le sette parole avevano un senso, mentre il lungo titolo era del tutto illeggibile poiché era scritto in una lingua che non era conosciuta neppure da chi l'aveva scritto. La corrispondenza fra i due finì lì.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

►► Dialogo sei sull'ordine

 

 

 

 

Dialogo cinque sulla sensibilità

   Albert, che come si ricorderà aveva fatto due volte il giro del mondo per restare fermo, aveva deciso di aprire un’attività commerciale. Era subentrato nella gestione di un piccolo garage in cui si potevano parcheggiare solo una decina di automobili. Il garage era nella periferia meridionale della città e comprendeva una dépendance composta da un salottino e da un soppalco che funzionava da camera da letto. Albert viveva da quasi un mese in questo garage. Il Maestro insieme all’Allievo si recarono un giorno a far visita ad Albert anche per vedere come si era sistemato. Il Maestro non aveva una autovettura e perciò arrivò più presto del previsto nel garage e così riuscì a vedere Albert che parlava con le automobili come fossero degli esseri umani. La cosa non lo scandalizzò affatto, pur senza lasciarlo indifferente.

-         Perché parli alle auto come se potessero ascoltarti? Disse invece l’Allievo.

-         Non alle auto parlo, ma a me stesso per convincermi che esse non possono rispondermi! Non sono però sicuro che queste macchine non abbiano un’anima. Da quando ho cominciato a studiare Aristotele mi chiedo continuamente se tutte le cose che si muovono siano dotate di sensibilità. Voglio sperimentare se anche le automobili, essendo dei se-moventi, abbiano qualche qualità sensibile, un’anima sensoriale.

-         Perché non le pungi allora con uno spillo per saggiarne la reazione! Lo interruppe il Maestro, che continuò: Anzi. Puoi fare anche meglio. Falle copulare così ti daranno tante piccole automobiline che potrai allevare con profitto. Aristotele dava la sensibilità solo agli organismi che devono provvedere sia alla loro conservazione che alla loro riproduzione. E gli utensili, o le macchine, come i carri e gli aratri, non rientrano in questa classe. Gli animali perciò non sono macchine, anche se le macchine al pari degli animali si muovono. Ma non vi muovono per impulso proprio.

-         Dici bene - rispose Albert - ma su questo punto posso farti una obiezione. Non per smentire Aristotele, ma per arricchirlo, si potrebbe infatti sostenere che, essendo il moto animale solo una eccezione del moto fisico, anche la sensibilità animale può essere considerata come una forma specifica della sensibilità naturale, della sensibilità fisica. Voglio dire che dal nostro punto di vista, essendo noi animali, esiste forzatamente per noi solo la sensibilità animale, poiché noi siamo e ci riconosciamo soltanto dentro le forme di quella sensibilità che ha senso per la nostra specifica animalità. Perché dunque non ammettere una sensibilità universale di tipo non animale che noi in quanto animali politici non possiamo sperimentare direttamente? Chiamerei sensibilità cosmica questa forma di sensibilità per il Tutto che forse era propria degli Dei. Aggiungo che lo stesso Aristotele avrebbe potuto arrivare a questa conclusione se non avesse confinato nella meccanica celeste, quindi fuori dalla terra, il movimento perfetto degli astri e quindi, aggiungo io, la sensibilità naturale, l'anima del mondo o il ‘sensus naturae’, come diceva Giordano Bruno. Potrei continuare, ma mi fermo qui …

-         Vedo che hai studiato bene la lezione! - disse il Maestro – Ma quella che a te sembra una conclusione può essere considerata a ragione  solo come una tappa intermedia. Un passo nella dimostrazione della relatività del modo in cui all’uomo è dato di sentire e percepire i fenomeni fisici. Ricorderai anche la lezione di Galilei. La legge della conservazione del moto fa della sensibilità un’eccezione grandiosa che modifica parzialmente il corso delle cose per ottenere un vantaggio solo momentaneo e minimo. La sensazione ha un senso solo quando ci si discosta da una norma. La sensazione vive di intervalli e una sensazione continua e costante sarebbe appunto un non-senso. Ma concordo con te sul fatto che tecnica e sensibilità non vadano nella stessa direzione, poiché la tecnica serve piuttosto a rendere superflue le sensazioni rendendo normale l’eccezione rispetto alla norma, cioè l’artificio. In aereo, ad esempio, non ho alcuna sensazione tattile del movimento del mezzo aereo, della sua alta velocità; e, se non fosse per la vista, potrei anche pensare di trovarmi nel tuo garage, dove tutto è immobile.

-         Ma la tecnica arricchisce anche le sensazioni! Esclamò l’Allievo. Vi sono infiniti casi in cui la tecnica permette sensazioni altrimenti impossibili, come avviene nell’ottica, nella radiofonia, nel cinema. Io pensavo addirittura che non ci fosse differenza fra l’organo sensibile in senso stretto e la protesi tecnica che ne potenzia le funzioni, come si dice dell’occhiale per l’occhio.

-         Forse diciamo la stessa cosa - rispose il Maestro, che intanto si era messo a sedere comodamente – pur se ragioniamo da due punti di vista opposti. Il fatto che tu esalti, per cui la tecnica allarga il dominio delle nostre sensazioni, ha un significato solo se si concepisce la sensazione come un potenziamento delle capacità di trarre vantaggi più o meno durevoli dalle stesse debolezze che rendono la sensibilità un segno della fragilità e della anormalità del fenomeno vivente. Più il fenomeno vivente è instabile e volubile, più esso è segnato da mancanze, carenze e stati di incertezza: l’uomo ha fatto di questa condizione il suo carattere esistenziale principale. Come amava ripetere un mio vecchio maestro: "L'uomo non vive di certezze ma della ricerca della certezza". Ma torniamo a riflettere sulla sensibilità. Più sento in modo eccezionale più mi destabilizzo; quindi più mi allontano dalla norma fisica del movimento, più ho bisogno della tecnica per colmare questo abisso che la mia sensibilità sta scavando dentro lo spazio che mi separa dal mondo esterno. In tal modo la tecnica funziona  alla maniera del bastone per l'uso che ne fa lo zoppo. Il sentire la sensazione è una destabilizzazione allotropica, come già diceva Aristotele, parlando del movimento degli animali. Distinguo la sensazione presa in se stessa, ad esempio l'odore forte del formaggio fermentato, dalla sensazione della sensazione dello stesso formaggio. Questo raddoppiamento non è insignificante, poiché è per mezzo di esso che posso percepire la distanza che vi è fra l'odore del formaggio in quanto tale e lo spazio soggettivo in cui io colloco l'odore del formaggio. Ed è entro il quadro della costruzione di questo spazio allotropico, nel senso di aperto alla comprensione della differenza, che si produce il movimento, ovvero la suggestione cinematica impulsiva che anima l'animale. Semplicemente, concludo che l'animazione sensoriale dell'animale è una destabilizzazione dovuta alla necessità di trovare un nuovo equilibrio. La sensibilità lavora quindi sullo spazio di una distanza percettiva resa soggettiva. Non sull'adesione alle cose [enfasi] sensibili, ma sul distanziamento della prossimità. Anche se, in questa operazione, incollamento e scollamento si sorreggono a vicenda. Destabilizzare, allucinare, impressionare, stimolare, sono forme succedanee della sensibilità, poiché la sensazione della sensazione è possibile solo tramite la conferma rafforzativa di uno scarto o di una devianza. Più ci si muove, più si erra, nel senso del movimento erratico del vagare in spazi ignoti. E, più si erra, più si sente. Il sentimento è prossimità della distanza colta nell’attimo dell’allontanamento; è il sentire come propria una proprietà solo nel perderla per qualcos'altro. E non parlo solo del sublime senso del tatto e della delicata incoerenza della carezza. Veramente anche nell’udire  o nel vedere, nell’annusare o nel gustare, vale questa regola del distanziamento estraniante. Regola per cui si ottiene la percezione del contatto solo tramite uno scarto rispetto allo stesso contatto. L’unione con l’oggetto sentito si realizza solo quando si rompe la solidarietà con lo stesso. La sensazione unisce il prima e il dopo, come anche il dentro e il fuori, ma a condizione di non essere né l'uno né l'altro. Ci vuole insomma una perdurante neutralità perché si dia una grammatica della sensorialità. Il neutro, come ben sapevano gli antichi, è un ingrediente essenziale nel bilanciare ciò che nasce dallo squilibrio. Riflettiamo ancora un attimo sul rapporto, interno alla sensibilità, fra neutralità e proprietà qualitative. Non badiamo quindi al fatto che quella determinata cosa è rossa, calda, ruvida o molliccia, e forse anche odorosa. Riflettiamo invece sul fatto che l'oggetto del nostro sentire lo possiamo percepire come veramente nostro solo quando ne abbiamo misurato la distanza nella percezione del distanziamento. È anche quel che avviene nel gusto alimentare: quel che mangio lo sento perché lo cancello! Mangiare è più che vedere. Infatti nel gustare alimentare la distanza è nell'oggetto stesso della sensazione, non nello spazio intermedio, come avviene per la vista. Nel gusto la distanza è tolta, nella vista è invece ripristinata. Per il gusto, la distanza sarebbe un impedimento, se perdurasse, mentre per la vista, al contrario, sarebbe d'ostacolo la sua mancanza. Il gusto nasce dalla cancellazione della distanza, dalla eliminazione dello 'scarto' incluso fra ciò che è proprio e ciò che è improprio. La vista si nutre invece della elaborazione di  piani differenziali, di prospettive capaci di intrecciare il distanziamento senza mai toglierlo dalla scena. Il mito arcaico di Teseo e del Labirinto parla proprio di questo insopprimibile e misterioso bisogno di compensazione che vi è fra le forme duplici del nostro sentire il mondo esterno. Compensare il vicino con il lontano, il dentro con il fuori, l'attrazione con la repulsione, la presenza con l'assenza. Siamo sempre dentro lo spazio di una grammatica, non detta ma sottintesa, della sensibilità.

-         Quindi non si può mai uscire da questo labirinto sensoriale in cui ci colloca la nostra stessa natura animale - disse Albert, mentre serviva agli ospiti una ottima tisana alla menta - . Più sentiamo qualcosa e meno sensibili siamo alla stessa cosa, per via di questa legge della compensazione che governa il nostro rapporto con il mondo esterno. Da questo punto di vista, non vi sarebbe alcuna differenza, mi pare di capire, fra i presupposti biologici che rendono possibile la sensibilità e gli effetti o gli artefatti della tecnica. Sembra questo il significato storico delle nostre imprese tecnico-industriali: rendere insensibili gli uomini ed estraniarli dal mondo fisico tramite la magnificazione dell'esatto opposto, cioè tramite la facilitazione di ogni possibile sensazione. Ovvero, per servirci di ciò che abbiamo appena appreso, tramite l'accrescimento dell'importanza della sensazione della sensazione, dato che la sensazione della sensazione è possibile solo a condizione del distanziamento e della duplicità percettiva. E, contemporaneamente, avviene quel che potrebbe apparire paradossale, pur senza esserlo; avviene uno svilimento o una nullificazione della semplice sensibilità.

-       Bravo! Noto con soddisfazione - disse a quel punto il Maestro - che ormai sai camminare con le tue gambe.

 -     Dobbiamo concludere - continuò Albert - che le fondamenta di quest'edificio contorto e confortevole, in cui ora siamo orgogliosi di abitare, sono affondate nella nostra stessa sensibilità primitiva. Noi stessi abbiamo quindi costruito e consolidato con la tecnica le mura di questo paesaggio-prigione, che ora non ci resta che contemplare come l'unico mondo che ci sia dato di abitare. Vuol dire che chiamerò il mio garage «Casa di riposo per i nostri sensi prigionieri».

-         Sai anche - rispose il Maestro - che in tutti i labirinti che si rispettino vi è una via di uscita. Per quanto possa essere difficile, la via d'uscita esiste. Per trovarla bisogna innanzi tutto desiderare di uscire fuori dal labirinto, e forse bisogna per questo ripartire non dalla sensibilità del reale ma dalla realtà sensibile. Se vi sono infatti due diverse sensibilità, vi sono anche due diverse realtà sensibili. E questa piccola verità potrà servirci da bussola per farci trovare il nostro filo di Arianna, ammettendo che si voglia veramente uscire dal labirinto dei sensi. La prossima volta che ci vedremo vi chiarirò quale sia la differenza fra queste due forme di realismo. La sensibilità del reale, dico intanto, è possessiva e identitaria, “nostra” in senso universale e coincidente, per gli effetti che essa produce, con la sensazione-della-sensazione [enfasi]. L'altra forma della sensazione, quel che intendiamo come "realtà sensibile", è invece alterofila ed estranea o straniera, come fosse sensazione dell’Altro che noi non siamo pur essendoLo [pronuncia lenta e scandita di queste parole]. Per capire come funziona quest'ultima forma di realismo sensoriale bisogna partire dal fenomeno dell'oblio di sé che ogni sensazione produce per un breve momento, come fosse una lieve scossa elettrica capace sia di paralizzarci, sia di sollecitarci. Ma ora è tardi per continuare a discutere di questioni che richiedono la massima attenzione. E poi non mi va di tornare ancora a parlare del linguaggio […, breve pausa] Blà blà blà. Perché di questo in fondo si tratta, del fatto che la "realtà sensibile" è un affare linguistico molto più di quanto lo sia la sua sorella gemella, cioè la sensibilità del reale. Sempre per via del distanziamento che una delle forme sensibili aggiunge e l'altra toglie, come fossero due Parche che completano e rivoltano l'una il manufatto dell'altra, alla maniera delle girandole. La realtà sensibile è linguistica, perciò, nella misura stessa in cui, per essere credibile, deve produrre una sensibilità del reale. Scrivi: realtà sensibile <versus> sensibilità del reale, e metti la frase entro una circonferenza, perché sia ben conservata, come fosse stata surgelata.

   L’Allievo ricordò che, in quel periodo, argomento dei loro discorsi era la questione del Titolo della Lettera (*) e della eterotopia sensoriale implicita nella comunicazione linguistica, e perciò non pressò il Maestro con altre domande. Si consolò tuttavia del suo dover tacere in quel momento. Rifletteva infatti su quanto fosse stato utile comprendere il modo in cui opera la comunicazione linguistica, nel colmare quel distanziamento o vuoto destabilizzante, interno alle forme della sensibilità, di cui avevano appena dibattuto. "Oggi abbiamo discusso - non poté fare a meno di dire - della bocca che mangia, parleremo domani della bocca che parla. Poiché di bocche ne abbiamo almeno due, e ognuna supplisce a quel che le altre non fanno".

   Dici bene, anche se stai dicendo una cosa che nessuno sa di sapere pur praticandone l'esercizio in modo continuo - aggiunse il Maestro -.

   Anche se ormai è tardi e dobbiamo muoverci per rientrare - disse l'Allievo -, credo che meriti attenzione la correlazione, che potremmo fare, fra la "sensazione della sensazione" e la "coscienza della coscienza". Almeno per il modo in cui abbiamo discusso qui della prima e per la maniera in cui, della "coscienza della coscienza" ovvero del dialogo interiore, si è occupata la filosofia dopo Agostino e la psicologia più recentemente.

   Bella questione! - rispose subito il Maestro - E devo anche dire che mi aspettavo da te questa domanda. Avrei dovuto predisporre anche la risposta. Penserai. Non riesco però a trovare un modo semplice per farmi capire. Eppure, ora che mi fai riflettere, mi torna alla mente un giochetto che facevo con i miei compagni di studio, moltissimi anni fa. Si tratta di questo: bisogna prendere un normale foglio di carta e tracciarvi sopra due linee incrociate nel punto medio. Ottenuta la croce, bisogna scrivere due diverse parole, ripetendone la scrittura per due volte, in ognuno dei quattro lembi formati dalla croce. Più o meno in questo modo:

            

Come vi dicevo il gioco è quasi infantile, perché consiste nel piegare il foglio in modo da far combaciare le parole, o nel verso per cui due parole eguali si sovrappongono, oppure nel verso per cui si associano combinandosi in alternativa. Se la "sensibilità" si ribalta sulla "sensibilità "- il Maestro aveva intanto tracciato sopra un foglietto lo schema che stava illustrando - e la stessa cosa avviene per la "coscienza" con la "coscienza", allora otteniamo una figura sferica. Dobbiamo immaginarci il foglio piegato appunto nei quattro lembi angolari tenendo fermo il punto di incrocio, o il centro del foglio, come fosse il perno di questa operazione. Se invece arrotoliamo il foglio, per formare una specie di tubo, o un "toro aperto" come si dice in topologia, allora otterremo una disposizione che combinerà le due parole-oggetto secondo un ben diverso ordine. Non avremo più la "sensibilità della sensibilità"  coincidente all'apice di una sfera con la "coscienza della coscienza", ma un cilindro. Un tubo di carta sul quale troveremo le due parole combinate in ordine speculare simmetrico opposto: da una parte "sensibilità della coscienza", dall'altra "coscienza della sensibilità". Nel primo caso avremo due ripetizioni AA, BB, che rafforzano una idem-identità, come mi piace dire, per indicare che l'operazione produce l'identità di una identità. Nel secondo caso due combinazioni permutative AB, BA, che operano nel senso di produrre differenza o distanziamento fra le due coppie di parole-oggetto. Per noi è interessante notare inoltre che, nel primo caso,  la ripetizione AA, BB, ... NN, produce un effetto di ridondanza duplicativa spesso inutile. Certezze che consistono nel ripetere: la sensibilità è la sensibilità, così come la coscienza è la coscienza, e così pure il peperone è il peperone, il mare è il mare e la mamma è la mamma. Il gioco è utile per rafforzare il senso di identità di cui i bambini hanno appunto bisogno. Esso produce anche molte riflessioni inutili, particolarmente utilizzate nel pensiero così detto filosofico. Come, ad esempio, quando porta alla costruzione di idem-identità del tipo Io sono IO, il mondo è il MONDO, e IO non sono il MONDO perché altrimenti non sarei più io ad essere IO essendo anche MONDO.

  Da parte mia - continuò il Maestro, volendo concludere il suo discorso - preferisco percorrere la via della differenza e del distanziamento permutativo. Sarà anche per questo motivo che alla sfericità dell'Essere, per usare l'espressione tanto preziosa di Parmenide, amo contrapporre le forme tubolari e gli intrecci dei lacci cilindrici o la "complessità della spazzatura". Non voglio dire che la via dell'identità sia inutile e sterile per la conoscenza. Voglio invece insegnare che anche essa ha un senso e può apprenderci molto se la sappiamo percorrere congiuntamente alla via della differenza. Ricordo inoltre che il minimalismo filosofico che vado professando consiste appunto nel non precipitarsi alla ricerca di una [enfasi] soluzione o una verità "una", ma nel soggiornare il più a lungo possibile nell'incrocio di queste due vie della conoscenza che oggi abbiamo imparato a distinguere. Di verità ce ne devono essere due perché ce ne sia una. Ecco! Su questo semplice assunto occorrerà ancora riflettere, ma credo che per ora siamo almeno riusciti a disegnare la mappa di quella terra incerta che chiamiamo sensibilità.

 

  È utile ricordare che il Maestro aveva condensato in un solo foglio le massime del suo insegnamento sulle "Regole per entrare nelle pieghe della sensibilità". Il giorno prima aveva consegnato all'Allievo questo foglietto, con preghiera di non divulgarlo. Possiamo però riportare quel che era scritto ne Le Nove Regole:

 

©doppiomondo.net |feb. 2009|