Dialogo sette sul nascondere e sullo scoprire.

                                          Ovvero come prese corpo l'dea di una Sensory Farm                  

 

 

 

« La permanenza di un segnale continuo equivale al suo mascheramento; con il che si traduce l'espressione corrente "ci si abitua al pericolo"; in effetti, non è al pericolo che ci si abitua, ma ai segnali che lo indicano. Dalla qual cosa dipende la necessità di rappresentare questi segnali usando tutte le unità del presente percepito.» (Gilbert Simondon, Cours sur la Perception (1964-65, 2006, 373-374).

 

 

 

 

 

"Pensa ad un giardino profumato con mille frutti da gustare"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

          

        

 

 

 

    Dialogo otto sullo spazio percettivo tragico

 

                 

 

   Ad Albert avevano già rubato due volte. Era costretto a lasciare spesso il garage incustodito e ciò aveva facilitato i furti. Gli avevano rubato la cassetta degli attrezzi. Piccola cosa. Poi gli avevano portato via un quadro di valore che rappresentava l'immagine di una città medievale colpita da terremoto. Si era comprato quindi un cane da guardia che cercava di addestrare a riconoscere i male intenzionati. Il cane aveva delle difficoltà a capire cosa fosse proibito toccare e chi era bene che girasse alla larga da quel garage in cui era sin troppo facile entrare.

   Un giorno il Maestro e il suo Allievo capitarono per caso nel garage di Albert. Il cane li annusava per capire se fossero dei ladri. Il Maestro rispettava gli animali e perciò cercò di trasmettere al cane un senso di appartenenza e di familiarità che riuscirono a tranquillizzare quel guardiano sprovvisto di parola. Albert tornò dopo pochi minuti e il discorso cadde naturalmente sul modo migliore di nascondere le cose o di "occultare il visibile" quando ve ne fosse bisogno.

   - Ma cosa hai qui di così grande valore? Chiese ad Albert l'Allievo che ancora non si fidava del cane. E aggiunse: Certo, con il nome che gli hai dato al tuo garage, "Paradiso dei sensi", come pretendi poi che non venga voglia di svaligiarlo. E il cane come si chiama? Cerbero o Cherubino?

   - Sai che ci avevo già pensato - rispose Albert - a cambiare il nome del garage. Dopotutto questo è solo un garage e non un resort per il divertimento. I paradisi diventano inevitabilmente dei deserti, poiché sollecitano devastazioni e predazioni. Ma a cosa devo la fortuna della vostra inattesa visita?

   - Caro Albert, voglio proporti di unirti a noi, se sei d'accordo. - Rispose il Maestro -Da tempo penso di realizzare una Sensory Farm. Una scuola-laboratorio di sensorialità. Una fattoria riabilitativa alle sensorialità. Tutte le sensorialità, anche quelle più marginali. Potresti lasciare il garage e partecipare a questa nuova attività. Faresti valere le tue conoscenze. Hai un dottorato in letteratura anglo-americana e ciò che ho in mente assomiglia ad un paradiso dei sensi molto più di questo grigio garage. "La letteratura ruota intorno a ciò che si è perso di sensibile nel momento di produrre e consumare scrittura". Questa è una citazione di me stesso! Se ti interessa ne parliamo e troveremo un accordo.

   - Non riesco a nascondere le cose a cui sono affezionato - rispose Albert - perché sinora ho pensato solo a nascondere me stesso. Questo garage in effetti è il mio nascondiglio di fronte al mondo. Ora, quello che mi chiedi equivale ad un mio venir fuori allo scoperto. La cosa mi alletta, ed anche se per me rappresenta un rischio, accetto. Però voglio che tu mi spieghi meglio cosa sarebbe questa Sensory Farm. Una clinica per la riabilitazione sensoriale dell'uomo civilizzato, oppure una scuola di edonismo per persone che pensano solo a coltivare e curare il proprio corpo? Non ci vedo chiaro.

   - Veramente pensavo piuttosto ad una scuola di saggezza alla maniera delle antiche scuole degli stoici - rispose il Maestro che sembrava molto convinto di quel che andava dicendo - Però senza lasciar fuori tutta la tecnologia e la disponibilità di beni dell'epoca attuale. Il fine sarebbe quello di una elevazione e di un allargamento del nostro modo di godere del tempo, della temporalità intrinseca agli atti percettivi collegati alle sensazioni. È da un anno che ci penso sopra. La mia tesi è che ogni atto percettivo contiene una immensa quantità di emozioni e che ogni emozione è uno spazio-tempo tendenzialmente infinito. Quindi imparando a compenetrarsi nelle sensazioni-emozioni si allunga e si dilata il tempo. Allargare il tempo significa vivere in mille modi complessi ciò che apparentemente ha un senso contenuto e limitato. Inoltre questo prendersi cura di coltivare il sentire proprio del corpo come fosse un campo aperto ad una specie di agricoltura mi fa parlare di fattoria. Dell'agricoltura voglio riprendere il metodo. Coltivare il tempo con la pazienza dei sensi.

   - Cosa significa "coltivare il tempo"? - Esclamò Albert - Tempo fa si parlava di tornare a coltivare l'anima, come se l'anima fosse un campo di grano. È la stessa cosa?  

   - Non credo che il problema sia quello di coltivare l'anima oppure il corpo - rispose il Maestro - Dico che dobbiamo coltivare ed avere a cura la ricchezza intrinseca del tempo. Non il tempo astratto del calendario scandito dalla società o dalle istituzioni. Non è un caso infatti che tutti i regimi autoritari hanno pensato di imporre un nuovo calendario. Coltivare il tempo corrisponde a coltivare il Nulla, ovvero coltivare ciò che è nascosto nelle pieghe infinite delle piccole cose. Impariamo a liberare la coltura del mondo dalla necessità della sopravvivenza. Sensi ed agricoltura hanno molto in comune perché sono stati sfruttati ed avviliti con lo stesso accanimento ottuso. Anche se per noi ciò che più conta non è più il procurarsi il nutrimento, per la sua finalità che si conclude con il semplice sostentamento. Ciò che ora dobbiamo curare non è il circuito produzione-consumo, lavoro-raccolto, che ha reso l'agricoltura un mezzo faticoso e duro per assicurare la conservazione nutritiva dell'uomo. Il mezzo deve diventare lo scopo. Per questo motivo, sono convinto che vi è uno spazio per sperimentare una nuova strumentazione del corpo, non più basata sulla meccanica della utensilità e neppure sul suo contrario, cioè sull'oziosità e sullo sfruttamento del corpo altrui. Una sensorialità che non sia né servile né signorile. Né operaia e neppure aristocratica. Una sensorialità restituita al biologico e vissuta senza pena ma con gioia. Questo è il programma che sta dietro la mia Sensory Farm. Non mettere in contrasto il pensare e il sentire, lo studio e la vita. Per questa ragione vorrei far nascere questa scuola-fattoria, dove la terra non verrebbe coltivata ma allevata. Perché si tratta di ridare corpo alla terra, più che di coltivare la nostra anima sensibile. Pensa ad un giardino profumato con mille frutti da gustare e vieni fuori da questo garage pieno di spazzatura! All'inizio saremmo solo in sette. Ma la nostra sarebbe comunque una ragione sociale finalizzata a produrre benessere in forma sostenibile.

   - Non vorrai attingere ai fondi della Comunità europea - esclamò l'Allievo - per mandare avanti il nostro progetto! Abbiamo già tutto, e dalla prossima settimana dobbiamo iniziare come da programma. Diciamo pure ad Albert che abbiamo concordato sul cominciare dai piedi. Mi sono impegnato infatti a lavorare sulla sensorialità dei piedi. Dai piedi risaliremo verso la testa, ripercorrendo la via dell'asse verticale dal basso verso l'alto. Dal piede alla nuca, passando per il ventre e per la gola. Questo è il nostro programma più in concreto. Successivamente ci occuperemo anche dell'asse orizzontale, e, infine della circolarità.

   - Volete cioè scoprire e portare alla luce tutto ciò che è stato tenuto nascosto nella banalità dell'ordinario senso dell'ovvietà - disse Albert, con accento molto serio -. Infine, proprio perché non cerchiamo assolutamente niente di rivoluzionario, potremo ritrovare in ciò che esiste un significato più ricco. Non lo abbiamo mai perso, ma era tenuto nell'ombra. Ora, dopo che hanno provato a rubarcelo, lo riporteremo allo scoperto perché non abbiamo più ragione di negarne il valore. Ho capito perché mi hanno rubato la cassetta degli attrezzi. Era la cosa più preziosa che io possedessi.

  - Allora cominceremo da lunedì, caro Albert. E tu sarai dei nostri. Concluse il Maestro, mentre guardava l'ora sull'orologio che usava portare sul polso destro. Erano le sei del pomeriggio.

 

 

© doppiomondo.net ׀ aprile 2009 ׀