Dialogo sei sull’ordine, in forma di Lezione                     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Eone" dal greco αιών (aion) con significati prevalenti di 'età', 'secolo', 'eternità'.

 

 

 * Sotto la voce "eone" l'Enciclopedia Garzanti di Filosofia riporta: "termine usato dagli gnostici per designare Dio o gli esseri eterni intermedi fra Dio e il creato. Secondo Valentino, gli eoni sono trenta e formano assieme il pleroma, o pienezza di Dio; essi procedono per emanazione dalla divinità in coppie, dette sizigie, disposte secondo una gerarchia decrescente che giunge sino alla materia. L'eone Cristo apre la possibilità della conoscenza (gnosi) di Dio, inaugurando il tempo finale del cosmo"

NOTA BENE:

La monade o l'Uno dei pitagorici ha anche il significato di "eone", indicando l'unità indifferenziata di spazio e tempo, di geometria e di aritmetica: ciò da cui tra origine sia la serie dei numeri che la geometria delle forme a partire dal punto evolvendo verso lo spazio a più dimensioni.

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  La freccia del tempo introduce una rottura di simmetria molto significativa:

   E(I) I*(E)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cartesio (Diottrica): Vedere tramite un occhio meccanico non è "pensare" perché le due operazioni avvengono in due luoghi differenti, l'occhio e il "cogito".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dialogo sette sul nascondere e sullo scoprire

 

                 

 

   - Oggi è il tuo compleanno – disse il Maestro rivolgendosi all'Allievo - . Non ricordo quanti anni hai, ma il giorno della tua nascita l'ho bene in mente. La questione che, proprio oggi, vorrei discutere con te è quella della differenza fra la percezione delle forme geometriche e la percezione dei ritmi e degli intervalli temporali. Ridurrò il problema all’osso, anche a rischio di essere frainteso. Infatti, in modo semplice, da una parte colloco le forme visive che noi conosciamo tramite la vista, dall’altra parte i ritmi acustici che sono materiale principalmente delle nostre orecchie. Quando ero giovane ammiravo molto la correlazione, fatta da Kant, fra la contiguità, tramite la quale ci rappresentiamo le forme nello spazio, e la successione temporale in cui collochiamo la serie dei suoni per la sfera acustica. Suoni e immagini, tempi e spazi sembrano concatenarsi e coordinarsi in modo da ridare a noi, che siamo posti al centro di questa doppia messa in scena, il senso di una architettura logica che tiene in piedi sia la  forma che la durata del mondo fenomenico. Come dire che bisognava ritenersi fortunati d'esser nati con la disponibilità di due strumenti formidabili: una bussola capace di orientarci visivamente nel mondo delle forme spaziali e un orologio in grado di ridarci il ritmo delle successioni e la scansione del tempo.                                                            Come fossimo fanciulle che vanno a nozze, la Natura provvede a donare ad ogni uomo un corredo strumentale, con lo scopo di farci vedere quanta grazia e bellezza vi siano nel firmamento. Per farci sentire, inoltre, con quale continuità armonica quest'ordine possa succedersi nel tempo e nella storia degli accadimenti. Come si diceva una volta per indicare il Destino che trascina anche la nostra storia di individui verso un suo compimento. "L'andare per il suo verso" non è solo il carattere principale della temporalità, è anche il modo che noi conosciamo per esistere muovendoci dentro quel mondo che altrimenti sarebbe solo una scena piatta, come una fotografia o una immagine senza profondità temporale. Immaginate qualcuno che anziché leggere le parole le veda solamente senza collegarle entro una struttura sintattica. Questo vedere le parole sarebbe l'opera di un non-cieco del tutto sordo al vedere. Capirebbe senza capire e vedrebbe senza comprendere. Avrebbe perciò perduto la metà di quella ricchezza ricevuta in dono dal suo stato biologico. Potete anche interrompermi, se qualcosa non vi è chiaro! Dopotutto si tratta solo di imparare a leggere veramente.

- No! Non vi sono obiezioni - disse l'Allievo - Anzi tutto è così chiaro che non sembra il tuo stile abituale, quello che oggi ti preoccupi di tenere. Come se tu ti stessi preparando ad una confessione che però non sai ancora dove potrebbe portare e a quale conclusione arrivare.

- Credo che tu abbia ragione. Infatti, come dicevo, era solo una bella illusione di gioventù quella che mi faceva credere che vi fosse una doppia corrispondenza nella composizione delle forme e delle successioni, come andavamo dicendo quando facevamo della pittura una anticamera della musica e della musica una maniera di esistere della pittura. Dipingere il suono ed orchestrare le immagini era la mia utopia condivisa anche da voi e da quelli che vivono nel nostro ambiente.

- Ma noi pensiamo che questa prospettiva sia ancora valida! Almeno in una certa misura. Le maniere per arrivare a questo risultato sono spesso complesse e seguono cammini impervi, ma sempre e soltanto si tratta di sviluppare la dottrina delle tre vie. La via della lettura intelligente, la via della interpretazione e la via della composizione, come tu dicevi quando hai iniziato a definirti "Maestro" per quel sapere che ritenevi necessario affinché, noi tutti, potessimo riconoscere nelle tue parole un nostro comune modo di essere. Non vogliamo discutere della differenza fra leggere, scrivere, disegnare, fotografare. Vogliamo però capire se tutte queste forme di composizione portano oppure no alla comprensione del mondo, o almeno ad avere un'idea di ciò che chiamiamo "mondo"!

- Non giriamo intorno a questo problema - rispose il Maestro, con una sfumatura di ironia nella voce - ma facciamo in modo che sia questo problema a girare intorno a noi! Bisogna rovesciare, infatti, il modo in cui consideriamo generalmente l'influenza della percezione temporale nel riorganizzare e muovere le forme visive della rappresentazione spaziale. Il Tempo non è il regista dello Spazio, e quindi non può movimentare le figure che formano il corredo di quello spazio-teatro che noi ci immaginiamo animato o riempito di corpi-volumi e linee e superfici, come fosse il quaderno di uno scolaretto che deve imparare a scrivere e disegnare. Possiamo sostituire alle linee, ai punti, alle superfici e ai solidi, case, alberi, montagne, pianeti. Non faremmo che amplificare l'errore, quando immaginassimo che per animare tutto questo immenso universo di forme servirebbe una immensa Forza dinamica, un Dio Tempo che agisse come sovrano regista e motore. Dico infatti che il nostro senso dell'udito è più una Bussola che un Orologio e perciò non può essere Esso a dare lezioni di temporalità e ad imporre strutture di successione all'Occhio.

- Lo spazio visivo - continuò il Maestro - possiede quindi una sua cronometricità; esso è intrinsecamente uno spazio-tempo, cioè un Orologio. Non un semplice orologio, ma un orologio quantistico, come vedremo meglio in altra occasione. Un orologio che non siamo noi a dominare e controllare, poiché al contrario ne siamo dominati. Un orologio disposto ad afferrare nella forma di mondo-spazio il senso di una direzione che coinvolge anche quel senso interiore che abbiamo chiamato "l'andare per il suo verso" del nostro esistere dentro il mondo. Insisto con il rafforzare il valore di "dentro-il-mondo". «Dentro il mondo» vuol dire essere percepito come temporalizzato dal Cronometro della Forma come un tutto che si tiene in se stesso. La trama dello spazio è quindi tessuta col filo doppio del tempo. Forse ciò che percepiamo come spazio non è che il Tempo percepito due volte. Il tempo avvoltolato in se stesso assume la forma della estensione spaziale. "Eone" fu chiamato dai greci questo coagulo di spazio-tempo che è, in quanto tale, nella sua "enticità", tanto invisibile quanto inudibile, proprio perché esso è l'udibile del visibile (invisibile) e il visibile dell'udibile (inudibile). Quel che dico richiede una ridefinizione del termine "vedere". Ma non voglio che pensiate che io ritenga necessaria una metafisica del vedere per arrivare a dare un senso nuovo al senso del vedere. Piuttosto si tratta di riscoprire il senso originario del vedere. Quel senso originario che si perse quando il pensiero filosofico volle purtroppo vedere al di là dell'ente cosa si celasse nel Tempo assoluto e nell'Essere anch'esso preteso assoluto. Ci si poteva accontentare dell'eone, ma ciò non avvenne per ragioni che non starò di nuovo a raccontare. Ma l'Eone non è come il vaso di Pandora. Esso non è stato rotto, è stato solo smontato. Si è cercato di smontarlo per poterne sfruttare tutta la potenza. Insomma l'Eone è ancora lì dove era una volta, sotto i nostri occhi, ben chiuso e sigillato a dovere. Dovremmo perciò dire fuori dalla portata dei nostri occhi. Per scoprirlo, dove esso è, basta coniugare Einstein con Parmenide, e l'Eone riappare come Ordine e Mondo. Infine non si è mai mosso neppure di un centimetro o di un secondo. È confortevole questo suo persistere integro anche nell'oblio a cui lo si è voluto condannare.

- Un mio amico elettrotecnico - disse l'Allievo come per risollevarsi da una lunga apnea - mi ripete spesso che "Tutto è energia. E l'energia è l'inverso dell'informazione". Cioè l'altra faccia dell'informazione, come se l'informazione fosse speculare all'energia. Scusa, ma non ricordo bene. Forse vuol dire, come si trattasse di una formula: Energia eguale Informazione. L'Eone sarebbe l'energia che diventa informazione, oppure ordine, ordinamento. Ordinamento e dispiegamento di ciò che è Uno. Uno smatassamento dello spazio-tempo? Ma allora l'energia dove la dobbiamo collocare: prima dell'informazione o dopo? Nella prima parte dell'equazione o nella seconda parte? Oppure da entrambi i lati della nostra super equazione. Tipo EI = IE. L'amico elettrotecnico avrebbe dei seri problemi a tradurre questa transitività speculare in qualcosa di pratico e di utile per il suo lavoro.

- Precisiamo - disse allora il Maestro - che l'Energia non ha una direzione, mentre l'Informazione sì, per cui la prima ha bisogno della seconda in funzione dell'ordine che le manca. Ma non vi sarebbe neppure informazione senza energia.  Inoltre l'informazione nel momento in cui orienta l'energia, nello stesso momento, la consuma e la rigenera, cioè ne opera una trasformazione. Questo concetto è capitale per capire la causa di tutti quei processi che hanno il Fuoco come agente e la Distruzione come risultato apparente. Il Fuoco ha insegnato all'uomo che tutto ciò che ha ordine discende dal Fuoco e al Fuoco ritorna. «Il fuoco si guarda allo specchio e diventa acqua. E dall'acqua nascono e si alimentano i nostri sogni». Ne dobbiamo concludere che i nostri Sogni sono simili alle vele che spingono la barca che si muove su quel mare generato dal fuoco e che noi abitiamo nello spazio dell'Informazione. Ma oggi non vogliamo fare poesia. Ché anzi dobbiamo cercare invece di distruggere poesia. Perché dobbiamo capire cosa è veramente "vedere". Vedo però che il nostro amico Albert ha qualcosa da dire a proposito del mio discorso!

- Stavo solo pensando fra me e me che questa storia del vedere la verità del vedere mi sembra una questione piuttosto artificiale, ovvero un modo contorto per avvicinarsi alla comprensione del modo in cui percepiamo la realtà. Credo che il problema non sia il 'vedere' ma il 'pensare'. Cerchiamo di tornare a riflettere sulla natura del rapporto pensiero-visione.

- Ma è quello che stiamo facendo! - Rispose il Maestro mentre muoveva a scatti entrambe le mani l'una verso l'altra - Noi siamo certi di pensare quello che vediamo. Anche quando sogniamo, anche quando delirassimo, siamo dentro il nostro pensare e perciò crediamo di vedere quel che vediamo come fosse un fatto immediatamente evidente. Una cosa ben diversa è porsi il problema della verità di quel che crediamo di vedere. Ciò su cui oggi voglio però insistere è che, comunque, sia nel caso di una visione fondata sulla riflessione certificante e vigile del 'cogito', sia nel caso di una visione immediata, ipnagogica o onirica, ciò che si vede è Ordine o Cosmo. Non si esce mai fuori dall'ordine, come non si esce fuori dal cosmo. Se la combinazione di informazioni è un sistema d'ordine, vedere e pensare non differiscono molto circa il significato delle loro rispettive funzioni. Direi anzi che proprio nella visione estatica, visionaria o irrealistica, vi è il massimo di ordine formale. È invece la realtà fenomenica che introduce dentro lo spazio percettivo una grande quantità di caos o di adombramenti [Abschattungen], per usare l'espressione cara ad Husserl. Non fosse altro che per la moltiplicazione dei punti di vista che il movimento cinematico implica per gli organi percipienti. L'Occhio non è infatti dentro la mente, anche se non ne è fuori. L'occhio ha a che fare con la fenomenicità della luce in modo diverso da quelle aree cerebrali che consentono la "visione finale". Sono gli occhi che rovistano nella caoticità del mondo fenomenico, anche se a noi sembra il contrario perché immaginiamo erroneamente l'esistenza di un ordine formale esattamente fuori-dagli-occhi.

- Siamo quindi noi stessi, come sostengo - continuò il Maestro - tramite lo sguardo, ad imporre un ordine formale visivo allo spazio rappresentativo, sovrapponendo ordine a disordine, immagine a confusione, geometrie a caos. Noi spalmiamo ordine sulla realtà come si trattasse di burro sulle fette biscottate. Questa operazione rende a noi possibile la leggibilità del mondo che altrimenti resterebbe del tutto incomprensibile. Come se il mondo, mancando le etichette della forma, fosse una immensa discarica di materiali caotici. Gli occhi amano quindi l'ordine e la bellezza, che cercano in ogni cosa anche a costo di illudersi e di perdurare nell'Inganno di cui sono corresponsabili insieme alla mente con cui sono in rapporto d'affari. Anche perché l'impresa mente-vista è una e medesima. Anche i ciechi hanno ovviamente una mente e ad essi, benché ciechi, si addice lo stesso discorso.

- Mi sembra di capire quello che dici - disse l'Allievo cogliendo un attimo di sospensione nel discorso del Maestro - soprattutto se ripenso a ciò che mi capita quando guido in autostrada. Man mano che aumenta la velocità della macchina avverto sempre più forte il bisogno di punti di riferimento simbolici, cioè di segnaletiche. Non mi riesce più di fissarmi su qualcosa di casuale o fare attenzione a dei dettagli marginali. Tutto ciò che non rientra nel mondo-autostrada esce progressivamente di scena. Il paesaggio si focalizza e i miei occhi si orientano e vedono in una unica direzione. In genere gli psicologi collegano questo stato ad un problema di attenzione dinamica. Ora mi viene in mente che forse è piuttosto qualcosa che ha a che vedere con la nostra necessità di spalmare comunque ordine sul visibile, come se il burro fosse lo stesso e le fette biscottate anche. Come dobbiamo interpretare questo cambiamento di stato nei nostri sentimenti percettivi? Bisogno d'ordine visuale o di ordine cinetico?

- Bisogno di ordine statico! Esclamò il Maestro. Gli opposti si richiamano, si cercano e si compensano. E ciò vale anche per l'ordine sensoriale. Direi che noi uomini siamo tutti maestri in quest'arte di compensazione. Quando una forma appare in immobile staticità, noi ricerchiamo il contrario della sua fissità. Vogliamo perciò far muovere le statue e dare la parola alle immagini dipinte, animare la fotografia e dissolvere le cose concrete nelle parole fluenti e liquide. Se poi è il paesaggio visivo a diventare fluido e scorrevole, sono i simboli acustici e le parole che tendono ad irrigidirsi perdendo in animazione. Più il mondo percepito si muove velocemente, più ci attacchiamo a ciò che perdura, ricercando la fissità e la costanza. Per quanto possa sembrare stravagante, questa è una riflessione estrema e, direi, anche rivoluzionaria. Il gioco che si stabilisce fra Occhio e Orecchio, fra immagine e parola, fra spazio figurativo e simboli acustici è costruito dentro questo bisogno d'ordine, dentro questa domanda di Cosmo. E non vi è Cosmo se non nella intersezione di movimento e di staticità.

- Una delle esperienze più interessanti che, solo per caso, ho potuto fare - continuò il Maestro dopo una breve pausa - è nata esattamente dal contrario di quel che ti è successo guidando in autostrada. La tua esperienza è stata generata dal movimento, la mia dallo star fermo e dalla immobilità del silenzio. Mi trovavo dentro un bosco di castagni. Mi ero fermato nel cavo di un albero per riposare un attimo. Mi sentii progressivamente circondato da una presenza ineffabile che potevo però avvertire come un lieve soffio, una specie di alito chiuso nella sua fissa immobilità. Quei brividi che partivano dalle giunture di radici e tronco rendevano la sensazione del luogo sconcertante. La terra, le foglie, i rami spezzati, si stavano animando come se avessero cessato di essere indifferenti alla mia presenza. Nel mondo contadino esperienze del genere spesso vengono raccontate. Tempo e spazio possono avvicinarsi, fondersi e separarsi nelle forme più varie. E, credo, senza rispettare alcuna frontiera acustica o visiva pur di creare ordine-cosmo. Il tatto, l'olfatto ed anche il gusto potrebbero funzionare anch'essi entro un quadro sintattico fatto di legami compositivi.

- Vorrei capire se questa corrispondenza fra geometrie formali e ritmi acustici richiama in qualche modo la distinzione che Nietzsche faceva fra mondo apollineo e mondo dionisiaco? Chiese Albert, mentre si sedeva dopo essere restato in piedi sino a quel momento.

- Credo che ci sia una relazione. Infatti una sintassi dei sensi ci porta dentro un mondo che ha due superfici o due dimensioni intrecciate. Ma dobbiamo farci una domanda più precisa. L'ordine pittorico e quello musicale sono i due volti di una stessa armonia, come volevano i pitagorici, oppure sono soltanto due vie che si incontrano sull'orlo dell'abisso per negarsi reciprocamente? Nietzsche pensava ancora che il mondo della luce fosse quello delle forme definite e della bellezza ben ordinata. Io, come dicevo all'inizio del mio discorso, ritengo che la stabilità e la costanza di quelle forme siano compensazioni esse stesse caotiche, impregnate di tempo e di ritmi circolari. Certamente le forme visibili rappresentano precisi livelli di organizzazione grammaticale e geometrica. Ma già a partire dalla percezione del colore, il mondo dell'occhio più che all'ottica e alla scienza del cannocchiale appartiene al mondo ondulare degli oscillatori e dei rilevatori di fasi.                         

- Dicendo che l'occhio insegna all'orecchio e che l'orecchio insegna all'occhio, potremo dunque concludere - disse l'Allievo a bassa voce - che la mente sta nel mezzo?

- Io non voglio arrivare a nessuna conclusione - disse il Maestro -. Voglio solo indicare una strada di indagine che ci dia il senso di una direzione da tenere ferma. La prossima settimana vorrei parlarvi ancora della bellezza e dell'ordine.

 

 

© doppiomondo.net ׀marzo 2009׀