Nove dialoghi filosofici per l'estate

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Questi dialoghi sono ambientati in un luogo imprecisato e in un tempo indefinito.

La scena in cui si collocano i personaggi è irrealistica poiché la dilatazione del tempo storico vuole rendere evanescente il quadro narrativo. L'obiettivo è quello di dilatare il presente sino a renderlo circolare, come se uomini del sesto secolo avanti Cristo potessero essere contemporanei di chi vive nel ventunesimo.

 

 

 

 

 

 

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Premessa ai Dialoghi

   L’estate evoca le vacanze, lo svago e le emozioni degli imprevisti. Ricorda gli stati esistenziali poco impegnativi e rilassati. È diverso anche il modo in cui si legge, nel caldo estivo. Non si studia, si leggiucchia o si legge per distrarsi nel senso più nobile del termine: uscire fuori da sé, evadere, immaginare avventure per riuscire a ritrovarsi. Questi dialoghi sono estivi anche nello spirito in cui sono stati scritti. Vogliono essere Dialoghi “minimali” ed essenziali su argomenti filosofici elementari che trattano del modo di percepire sensibilmente il mondo. Le atmosfere estive riconciliano il gusto con l’ambiente naturale e con la memoria animale. La proposta è dunque quella di incrociare antichi interrogativi filosofici con ricerche attuali nel campo dell’estetica fenomenologica e della teoria della percezione. Al centro di ogni Dialogo è un argomento cruciale per la sopravvivenza mentale dell’individuo post-industriale, partendo dall’idea che il cardine dell’esistenza umana attuale si stia rapidamente spostando “fuori dall’interiorità umana”, nella periferia del Soggetto classico, nelle regioni limbiche e marginali in cui s’incrociano “mondo interno” e “mondo esterno”. Percepire il mondo e parlare il mondo sono ciò che noi mettiamo al posto del “mondo” tutte le volte che la vita ci dice qualcosa di sensato, perciò non vi è una gran differenza fra il mondo del fuori e quello del dentro. È una verità condividibile, che in ambiente estivo diviene ancor più evidente. E, durante l’estate è più facile che questi due mondi siano aperti l’uno sull’altro, in armonia. Gli stati mentali estivi includono una disponibilità all’accoglienza dell’imprevisto, sia climatico, sia concettuale. La curiosità e il gusto delle avventure mentali risorgono e spingono a trovare e percorrere nuovi sentieri, mentre la pelle scoperta ricomincia a ragionare e a scambiare informazioni. L’intelletto, risvegliato dal naso, riscopre il fascino evocativo degli odori e delle fragranze.

   La filosofia accademica è invece invernale, stilisticamente abbottonata, chiusa e riservata, come se fosse confezionata solo per essere consumata in circoli chiusi. La filosofia, durante lunghi secoli, ha migrato verso nord, perché nei climi freddi la vita della mente prevale su quella del corpo. Si dice. Descartes scriveva corroborato e ossessionato dal freddo, e continuamente, nei suoi scritti, ci riporta davanti all’immagine del camino o della stufa tedesca, al conforto delle vestaglie di lana. Kant stava sempre chiuso in casa e guardava il mondo dalla finestra, salvo l’immancabile passeggiata delle cinque pomeridiane. Hegel, quando si trovò ad attraversare le Dolomiti, non si distrasse un attimo dalla lettura del giornale: la storia è più importante della natura, sentenziò. Il rigore del clima si traduce nel rigore della forma, incarnandosi in uno stile indifferente all’umoralità e alle sollecitazioni epidermiche. L’inverno accresce inoltre le distanze fra il modo di ragionare dei ceti urbanizzati, imborghesiti e dottorali, e le classi popolari che non sanno sublimare e trovare conforti intellettuali all’inclemenza del clima.

   I Dialoghi platonici sono quasi tutti esempi di un filosofare estivo. Nel Fedro Socrate si protegge dal gran caldo del meriggio sdraiandosi all’ombra di un platano, con i piedi nelle fresche acque dell’Ilisso. I pitagorici, al pari di Eraclito e di Empedocle, restarono essenzialmente filosofi nomadi, attratti dalla vita all’aperto e dal fascino inesauribile della natura; osservatori meravigliati delle eruzioni vulcaniche, dei moti tellurici, dei transiti planetari e delle fioriture stagionali. I neoplatonici continuarono ad amare il sole, ma progressivamente si chiusero, come i pensatori delle altre scuole, in edifici tetri, in conventi, in grotte. Solo con Nietzsche la filosofia è tornata a frequentare i luoghi assolati e le località di vacanza: il mare di Nizza, Messina, Rapallo, i monti e i laghi di Sils Maria. Gli fecero da apripista Jean-Jacques Rousseau e Hölderlin, mentre Heidegger ha solo cercato di imitarlo, con qualche passeggiata nella foresta nera. Diventando sedentaria, la filosofia si è istituzionalizzata, si è imprigionata nei palazzi del potere e nei salotti dell’apparenza. Marx ha cercato fugacemente di portarla sulle barricate e nelle fabbriche, ma è stato obbligato infine a chiedere ospitalità al British Museum. I surrealisti osarono spostare nei caffè e nei cabaret i luoghi di produzione letteraria e filosofica, come fece anche Sartre, per un certo periodo. L’epoca attuale lascia al pensiero estivo solo lo spazio dei club escursionistici, dei dopolavoro ricreativi o di qualche festival culturale alternativo. Eppure le disastrate condizioni del pianeta, il riscaldamento globale e il crescente effetto serra fanno supporre un promettente futuro per un pensiero filosofico estivo, più nomade, più estroverso, più vicino alla natura e più incendiario e accaldato esso stesso, come già accadde quando la filosofia ebbe origine.

                                                                                         Settembre 2009

 

Qui si trovano solo i materiali preparatori dei Nove Dialoghi:

1. Sulla scrittura e la teoria

2. Sulla bellezza e la verità

3. Sulla simmetria

4. Sul senso

5. Sulla sensibilità

6. Sull'ordine, in forma di Lezione

7. Sul nascondere e sullo scoprire. Ovvero come nacque l'idea di una Sensory Farm

8. Sullo spazio percettivo tragico

(9. Sull'Immaginario, ovvero su ciò che non c'è)

 

 

 

 

 

 

 

 

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|ultimo aggiornamento novembre 2009| doppiomondo.net