Domenico Ventura

Lo sguardo senza l'attore o della divina mania

 

Qualche tempo fa, uno dei miei amici mi ha detto di Domenico Ventura: “C’è della scrittura nella pittura di Mimmo. Una specie di scrittura musicale, delle partizioni narranti, voci, brusii ma anche urli”. Lungo i molti anni della sua ricerca Domenico ha cercato infatti di raccontare una storia visiva che riuscisse a parlare una sua lingua fatta di segni in qualche modo sussurranti un vocabolario acustico del tutto personale. Questo carattere trasfigurante della dissonanza fra la fissità dello spazio visivo e la circolare ondulazione dello spazio acustico, Ventura l’ha messo al centro del suo immenso pannello figurativo che, come l’epopea di un cantastorie, tratta di tutto ciò che è umanamente narrabile. L’occhio del pittore sembra mutarsi in uno strumento di anatomia patemica per la libertà lasciata allo spazio “reale” di riorganizzarsi nelle sue pieghe come esso vuole. Da questa emersione dell’invisibile fuoriesce materiale immaginario tanto inquietante quanto discreto. Nell’estetica del dettaglio invasivo la compostezza della scena madre si focalizza con naturalezza in quel poco di realtà che è tutto ma non è niente. La maniacalità ossessiva di questa scrittura immaginifica opera servendosi come di una lente ottica deformante. Lo sguardo iper-iporealizzante è propriamente quello di un Dio che si ingegna a rimodellare la realtà del creato modificandone qualche dettaglio facendolo emergere, o rimpicciolendolo gigante. Sono i suoni che nelle dissonanze implodono o esplodono dando origine a nuovi universi visivi. Avviene così nel recente ciclo “dei barbieri”, dove due suoni-forma generano interferenze che un fisico classificherebbe come fasi contrastanti o anti-fasi. L’apoteosi dell’elemento handicappante (micro-megamorfosante) trova qui una sua maturazione per l’intervento di una coralità perfettamente calata nel surreale quotidiano. Dall’urto di due forme sonanti fuoriescono frammenti caricati di valenze sintomatiche, feticci allegorici che aspirano alla parola. Contrasti polifonici. La più grandiosa di queste interferenze creative è quella di alimentare-genitale, che variamente si traduce anche in immagini della difformità fra corporeità terrena e animalità spirituale (o spiritosa) - emblematico in tal senso è Saverio -. Si combinano due ritmi che modulano come in ecolalìa una complicità dell’occhio e dell’orecchio che forse è appartenuta stabilmente solo al genio di Dioniso bambino. D’altronde cosa trovare di più divino o “ingenuo” di una tal mania di voler modulare l’ordinario dell’ordinabilità in quanto tale.

In ognuno di noi c’è un vedente di-stolto, un vedente cieco. In ognuno c’è anche un udente sordo. Di questa subliminale e collettiva cecità insensibile si occupa Domenico, che da saggio veggente vede quello che d’ordinario non si intende, non si sente: il rumore dell’essere. Come nella filosofia dell’esistenza si designa l’insostenibile complessità dell’apparire scandaloso della temporalità. Sguardo senza attore è quello di Ventura pittore, per il suo non rassegnarsi a togliere l’utopia della memoria dalla rappresentazione della realtà. L’attore agendo, essendo attivo, semplifica ed appiana la strada dell’occhio perché toglie all’immagine la sua profondità fatta di memoria temporale. Attore perfetto è in questo senso la macchina fotografica che funziona proprio grazie al punctum actionis dello scatto. Al contrario, Ventura sospende l’azione dello scatto e lo inverte in una passione sofferta generata dalla irrisolutezza davanti al materiale che gli sta di fronte e dentro. Dal candore di questa sua posizione nasce sia la possibilità di giocare con la pluralità dei mondi possibili sia la necessità di servire ai modi della composizione decostruttiva, o del dettaglio invasivo. Termine che ho già usato per definire il tracciato della divina mania del rifare il già fatto. Come dire: giocare con il caos e con il caso per ritornare all’ordine della visibilità formale. Ora in questo consiste la forza originale dell’operare pittorico di Domenico Ventura: nel non concedere nessun compromesso nel rigetto dell’immobilismo spazio-temporale espresso dall’occhio del vedente sordo. L’uso dissonante dello spazio acustico, accolto con magistrale musicalità e canonizzato in controcanto nel dispiegarsi delle forme visive, rappresenta l’etichetta maggiore ed originale di questa via creativa, sulla cui natura laboriosa bisognerà in seguito ritornare, anche per dare ragione del metodo e degli strumenti (tra cui la fotografia) di cui si serve l’artista. Già però traspaiono l’importanza e l’originalità di una poetica pitturale così incisiva nell’autofondarsi attraverso il suo stesso percorso, nella purezza espressiva di cui è capace. Senza la presenza di ibridi inquinamenti stilistici, nella solitudine del suo operare assoluto. All’insegna di una pittoricità che non esiterei a definire dell’occhio musicale.

 Antonio Rainone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                      Saverio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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