Antonio Rainone

"Il doppio dentro il doppio: Vettor Pisani gioca con Vettor Pisani"

LA NUOVA PESA
Centro per l’Arte Contemporanea

Nel quadro della mostra
DOPPIO LUDICO
Omaggio a VETTOR PISANI
mise en scène di Mimma Pisani
presentazione di Giovanna dalla Chiesa

Mercoledì 18 aprile 2012 ore 18,30

Arnaldo Colasanti, Giovanna dalla Chiesa, Elio Pecora, Antonio Rainone
converseranno
sui temi del doppio” e della psicoanalisi freudiano-lacaniana
alla presenza e con il contributo di Simona Marchini e di Mimma Pisani

 Il testo che segue è una rielaborazione scritta dell'intervento orale, detto nell'occasione dell'omaggio a Vettor Pisani

Prima di discutere cosa sia il "doppio" e del perché non ci sia soggetto senza che ci sia la sua elisione, duplicazione e parziale scomparsa (aphanisis), bisogna partire dal fatto che una sua stabile residenza identitaria il Soggetto la trova nel suo pensarsi e nominarsi come tale. Non deve spaventare la parola greca aphanisis. Parola che dice del soggetto come esso sia comparabile al modo d’essere dell’astro solare, per il ciclo dentro il quale continuamente il sole sorge e quindi tramonta, per poi risorgere. Il soggetto, "solare" o "lunare" che sia, si manifesta ed esiste solo nell’apparire e nello scomparire. Viceversa, per potersi assegnare un tempo-durata non sottoposto al ciclo delle comparse/scomparse, l’Io deve partire dall’importanza che il nome proprio, o la nominazione personale, ha nel significare il processo d’individuazione o soggettivazione. In questo senso: Io sono sempre lo stesso, nel mio essere nominale, ossia mi riconosco nel mio nome come in un calendario perpetuo, nel quale ogni giorno si festeggia il mio onomastico.

L’essere chiamato con un patronimico è una conquista tutta moderna. Ricordo che solo con la nascita della borghesia, al tramontare del medioevo, tutti gli uomini hanno acquisito il diritto d’averci un cognome che, associato al nome proprio, rende precisa e stabile un’impronta simbolica che va ad aggiungersi a quella biologica o naturale che deriva dal semplice fatto di nascere "uomo". "L’averci un nome" diventa in tal modo un fattore di riconoscimento generalizzato (che "fa genere"), una proprietà che funziona eminentemente nel marcare il valore o la posizione che l’individuo ha in rapporto agli Altri, in maniera costitutiva o politica. L’Io diventa una sorta di carta d’identità che non ha data di scadenza.

La psicoanalisi, in particolare quella lacaniana, ha inoltre associato alla individuazione linguistica del soggetto che si nomina o si-dice (la ripetizione simbolica del nome del padre) il riconoscimento autoscopico dell’immagine narcisistica: "(questo) sono io" è perciò un dire che si presuppone a ogni dire. Esso è un dirsi che si pensa tacitamente sia nell’ordine del linguaggio, sia dentro la figurazione o il processo rappresentativo della realtà esterna. Data la centralità di questo collegamento tra il mondo dell’orecchio e quello dell’occhio, tra il dirsi e il vedersi, ogni volta che l’Ego si rappresenta come sua un’immagine, o fa sua una immagine-mondo, nello stesso tempo vede se stesso in quella immagine. Vale a dire che l’Ego nel rappresentare-«Se» si rinomina o si «chiama Io»; si riconosce sia nella figura che lo disegna, sia nel nome che lo letteralizza. In tal modo il Soggetto si individua, sia nello spazio del figurale geometrico, sia nel tempo proposizionale o logico del grammaticale.

In modo esemplare, Heidegger ha sostenuto che l’intera struttura del cogito cartesiano è riconducibile a questo procedimento circolare del cogito me cogitare, ossia "penso me che pensa", "rappresento me che mi rappresento", "parlo la mia parola". L’Io diventa, in tal modo, il perno attorno al quale gira l’intera visione del mondo. Io e Mondo diventano del tutto equivalenti, come ha scritto Max Stirner nel suo capolavoro L’unico e la sua proprietà (1844).

Si tratta evidentemente di un’illusione che ha però qualche fondamento nell’ottica della geometria proiettiva e della visualizzazione prospettica che stanno alla base di tutti quei procedimenti tecnici, artistici e architettonici sui quali è stata costruita la moderna forma della rappresentazione dello spazio. Dentro questa forma rappresentativa dell’immagine, il soggetto si pensa come un’unità coerente, un indivisibile tutto che combacia perfettamente e si rispecchia con l’idea cosciente che esso ha di se stesso. Vettor Pisani ha smascherato questo «Io filosofico e razionale» nel ritratto classico di Cartesio col muso d’asino: un collage visivo serve in questo caso a mostrare come sia superficiale e fragile la supposta "unità del soggetto cogitativo". In questo caso è proprio l’Ego del pensatore che diviene un fantasma, o un sembiante evanescente: l’uomo perde la sua fisiognomica e perciò non si riconosce nella "geometria del volto". Oppure, bisogna pur dirlo, è solo in questo modo che il Soggetto riacquista uno spessore biologico che altrimenti si perde?

Torniamo ora alla questione del "doppio", con un riferimento più preciso alla psicoanalisi lacaniana e alla figurazione del doppio ludico in Pisani. Possiamo perciò chiederci perché il soggetto, proprio per essere tale, debba sovvertirsi o mettersi a testa in giù, ribaltando e raddoppiando il suo modo di essere, la sua "costituzione". Lacan ha particolarmente insistito sul fatto che il soggetto debba scindersi o spaccarsi ogni volta che esso entra nella condizione (bisogno) di farsi godimento del desiderio. Se il soggetto deve immaginarsi «Uno» quando pensa, o si-pensa, non può egualmente assegnarsi la funzione di uno-soggetto quando desidera. Sia perché il Desiderio non ha soggetto, come ognuno può sperimentare, sia perché è proprio il Desiderio che fa scomparire, eclissare o ribaltare lo stesso Ego che si pensa come uno-soggetto. Com’è noto, in Lacan, la causa del desiderio è il "vuoto" che, dentro il soggetto, ne denota la condizione di dipendenza in rapporto alla Domanda dell’Altro. Il vuoto del desiderio c’è perché è uterina la mancanza dell’Altro. Esso funziona a condizione di rinnovarsi come privazione.

Inoltre, questa Domanda dell’Altro non rientra direttamente nel dominio che il soggetto riconosce come suo, nel suo identificarsi con se stesso. Qui, in questa regione dai confini imprecisati, che corrisponde al territorio regionalizzato dall’oggetto "piccolo a" (quel che si può anche chiamare "l’oggetto della psicoanalisi" o la causa del desiderio), il soggetto non solo è sovvertito, ma se appare ancora come una metafora, appare solo in forma mascherata, mimetizzato e stravolto come fosse "un altro", "un estraneo che pure gli è prossimo".

Il rischio che l’Io corre, ogni volta che tenta di rappresentarsi questo suo essere "altro", è quello di non riuscire a sopportare il disorientamento o lo straniamento che questo processo di decomposizione della propria soggettività comporta necessariamente. In un certo senso, a spaventare il soggetto non è l’alienazione, o la fuoriuscita dal sistema delle certezze, ma il godimento che quell’alienazione o "essere altro da sé" rappresenta. Poiché l’elisione o la cancellazione del soggetto (voglio dire la frattura di quel soggetto intronato nella posizione imperiale del cogito me cogitare), non può non evocare la morte, ossia la morte resa presente dalla scomparsa del soggetto che, quando desidera, si trasforma in non-soggetto o in soggetto barrato, occulto, sottratto allo sguardo, annientato. La Morte si rende perciò presente, come Attrice, all’interno stesso del processo di rap-presentazione che rende possibile, per il soggetto, il suo costituirsi esistenziale, il suo incarnarsi nella forma del Desiderio, nell’essere della Carne e della sessualità. La non-rappresentabilità semiologica e figurativa (geometrale) della morte è esattamente ciò che rende possibile al Soggetto il suo immaginarsi come assente, non presente o scomparso in un essere altro, in un proprio sosia speculare totalmente opposto a se stesso. Succede perciò che un vero possa rispecchiarsi in un falso, così come un dritto si può ritrovare in un rovescio. Illustra molto bene questa condizione di specularità e di raddoppiamento l’istallazione che Mimma Pisani ha voluto come introduttiva alla mostra: "Freud col Fallo in testa", messo davanti/dietro, insieme vero/falso, collocato sopra/sotto, dice appunto quest’ambiguità in modo crudo e forte.

Nell’opera di Vettor Pisani, se il ritratto del Cartesio asinino riesce a evocare il soggetto che si compone/decompone nel suo pensare filosofico (caricatura del lacaniano "soggetto supposto sapere"), gli innumerevoli ritratti-immagini di Freud ruotano intorno alla rappresentazione dell’impotenza psicoanalitica nel pensare sino in fondo la giocosa tragedia, o la catastrofe, che l’essere umano riesce ad affrescare nel suo giocare con la Morte. Non la morte biologica, di cui la medicina sa qualcosa, ma la morte simbolica che permette all’Immaginario di entrare nel Reale attraverso la strada maestra del Desiderio. Se entriamo in quest’ordine di idee, continuare a chiedersi, come succede nell’estetica di Vettor Pisani, «Cosa c’entra la morte?» significa chiedersi cosa c’entra l’Arte nel dare forma al rappresentabile? Perché dunque la forma che può chiamarsi artistica, nella sua grammatica costitutiva, ha bisogno di mettere in scena un continuo riferimento al godimento della morte?

Senza voler esaurire la complessità dell’argomento, una cosa va detta, un nodo va sciolto: il doppio ludico, o il giocare con la morte, mette in scena una figurazione che vuole restituire l’essenza della frattura o della duplicità che l’uomo porta con sé. Preciso meglio che qui non si tratta della tipica figura pittorica dell’uomo leonardesco, bensì dell’uomo preso e inchiodato al suo essere significante di un significante senza senso o di un vuoto-di-significato che solo il "godimento della morte" riesce a far immaginare. Non parliamo della morte dell’animale, ancora una volta, ma della sua resurrezione come Corpo che si significa nell’eternità della morte! La misura di uno stravolgimento nella funzione della figurazione la possiamo ora sintetizzare in una rottura che resta comunque enigmatica: una volta l’Arte era al servizio della Divinità, ora è la Divinità (sub forma mortis) che è al servizio dell’Arte! Non sappiamo ancora bene, però, di quale divinità si tratti o quale sia il suo nome.

Antonio Rainone

 

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