|MATERIALI 8 per «Il doppio mondo dell’occhio e dell’orecchio»|

 

       CONTENUTI                          Cosa disse Charles a Joseph Fourier? Con una digressione su Grandville

Ancora sul “sistema armonico” e i limiti del cartesianesimo

Psicogenesi e schizopatia affettiva in Charles

Le due facce di Fourier

Grandville, Freud e il “Mondo a testa in giù”

_________________________________________________

 

Il file PDF

 

Cosa disse Charles a Joseph Fourier? Con una digressione su Grandville

 

                                   “Vi era, durante il regno di Luigi XVIII, all’Accademia delle Scienze, un Fourier celebre che la posterità ha dimenticato e, non so in quale granaio, un Fourier oscuro di cui l’avvenire si ricorderà”.

                     Victor Hugo  -  I Miserabili.

 

                                   “Mi hanno definito pazzo, ma non si è ancora risolto il problema se la follia sia o meno la forma più elevata di intelligenza, se molto di ciò che è illustre, se tutto ciò che è profondo, non sgorghi da una malattia del pensiero, da atteggiamenti della mente esaltati a spese dell’intelletto generale”.

                                            Edgar Allan Poe

                                                                                                         

                                                                                                                                                 Siccome gli uomini eccedono nel parlare, così divengono o più saggi o più sciocchi dell’ordinario; né è possibile a nessuno senza istruzione di divenire o altamente saggio, o - a meno che la sua mente non sia offesa per malattia o per cattiva costituzione degli organi - altamente folle”.

                                     Thomas Hobbes   -   Leviatano

 

      Intorno ai suoi vent’anni Charles viaggia, si dice per affari, in compagnia del cognato Brillat-Savarin. Il futuro autore della Fisiologia del gusto, ben più avanti nell’età, gli trasmette, in quegli anni, l’interesse per la “geografia simbolica” e l’architettura, assai più che per la gastronomia. Inoltre è attraverso il cognato che Charles viene introdotto per la prima volta nel mondo ermetico del pensiero di Martines de Pasqually[AR1] . Lo spessore intellettuale di Brillat-Savarin è rilevante eppure Charles non lo citerà mai nei suoi scritti futuri. Charles continuerà comunque ad occuparsi di geografia anche durante il servizio militare. Quando si congeda, alla fine del 1795, conserverà interessi geo-militari. Un suo progetto di riordinamento geo-politico dei confini della Francia è spedito al Direttore ministeriale delle relazioni estere il 21 giugno 1796. Qualche mese più tardi, godendo dell’appoggio del deputato concittadino Briot, si reca personalmente a Parigi per esporre davanti al governo alcuni progetti militari particolarmente ingegnosi, lui che pure aveva detestato la vita militare. Resterà a Parigi per un tempo non breve, ritengo,  così da permettergli di concepire la realizzazione di un piano di studi molto vasto, nell’intento di realizzare un programma enciclopedico che armonizzasse le sue ardite idee “scientifico-filosofiche”. Su questo periodo della sua vita non sappiamo quasi nulla. Io suppongo che principalmente in questo primo periodo, di circa un anno, di studi parigini il nostro Charles può aver avuto quei contatti scientifici che rendono comprensibile il significato della “illuminazione” che gli permetterà di scoprire il “calcolo integrale dell’attrazione”, circa due anni dopo, a Marsiglia, dove si era nel frattempo stabilito. Fourier stesso ha generato qualche equivoco, a proposito, ricostruendo, nella Lettera al Gran Giudice del 1803, un curricolo della sua carriera di scopritore che rovescia in parte la causalità cronologica dei fatti. Ci dice infatti: “All’epoca dell’invenzione, io ero commesso di negozio a Marsiglia, città che lasciai per andare a Parigi per istruirmi nelle scienze fisse onde applicarle tutte al calcolo dell’attrazione passionata. Ho studiato con ardore e, in tre o quattro anni, avrei applicato tutte le scienze: ma in capo a otto-nove mesi sopravvennero dei rovesci di fortuna; dovetti interrompere i miei studi e riprendere il mio lavoro di commesso a Lione ove trovai un impiego. Disperato per l’inconveniente, volli nascondere la mia invenzione, per non lasciare ai sapienti, quando di nuovo per me girasse la fortuna, neppure un pezzettino di gloria. Ma ho patito tante disgrazie e indebolimenti fisici, da farmi rinunciare ai progetti di studio;  e non sarò geloso di dare l’onore degli accessori ai fisici e naturalisti, l’onore di completare la mia teoria con analogie dimostrative di cui darò la chiave per ogni scienza”[AR2] . Charles vuol certo assegnarsi l’esclusiva originale della scoperta, ma non vuole (né lo farà in seguito) ricostruirne le tappe introduttive o rivelare debiti significativi: in questa lettera c’è un passato che è posticipato. Parigi sta sia prima che dopo la scoperta dell’attrazione armonica, ma per quel che precede la “scoperta” vi è stata una rimozione. Inoltre da questa Lettera si capisce che il problema del rapporto con i sapienti c’è, e non è piccolo. “Sapienti” vengono chiamati anche i membri della missione d’Egitto che lui saluta nel maggio 1798, a Marsiglia.

    È importante riconoscere questo fatto, se si vuole leggere l’opera del nostro filosofo dell’Armonia non unicamente nell’ottica del pensatore “visionario” e socialista, come vuole il Michelet quando dice che “è Lione che ha fatto Fourier”. Certo a Lione, dopo il 1802, il nostro Charles troverà altre “suggestioni”, come gli capita spesso. E, per una caratteristica capacità di sintesi, si aprirà alle idee di circoli riformatori, non insensibili al problema della miseria operaia, senza dimenticare però le tematiche che si agitavano negli ambienti scientifici parigini da lui precedentemente frequentati.

    È a Parigi dunque che Fourier compie seri studi di scienze naturali, ovvero cerca di perfezionare i suoi interessi di “geografia”. Conosce l’opera di Cuvier e di Geoffroy de Saint-Hilaire, approfondendo i suoi interessi naturalistici e “geotropici”. A Parigi ha l’opportunità di seguire i corsi di Laplace, la cui cosmologia gli è nota, insieme a quella, “teosofica”, di Restif de la Brétonne. L’École Polytechnique era stata appena fondata, e vi insegnavano grandi matematici e “geometri”, come Lagrange, Poisson e Monge. Un giovane che aveva più volte manifestato una irresistibile propensione per gli studi di ingegneria militare dove volete che fosse “attratto”, in quel momento? A Parigi il giovane Charles deve aver anche incontrato il lontano cugino, di quattro anni più anziano, Joseph Fourier. Durante la Rivoluzione, Joseph aveva aderito attivamente alla causa giacobina: Saint-Just lo chiamava scherzosamente “le patriote en musique” (Arago), evidentemente per le sue passioni politico-musicali. Dopo un soggiorno, e un incarico di insegnamento, a Auxerre, sua città natale, era tornato nella Capitale durante il 1794. Continuando degli studi molto regolari che aveva fatto nel collegio benedettino di  Montaigu, a Parigi, e presso l’abazia di St. Benoit-sur-Loire (1787-9), era stato fra i primissimi a frequentare l’École Normale facendosi notare da Monge, che vi teneva delle lezioni di geometria descrittiva[AR3] . Si era poi trasferito anch’egli all’École Polytechnique appena nata. In quegli anni (1795-8), vi teneva  dei corsi con un incarico di administrateur de police.

    I primi interessi di Joseph sono più fisici e filosofici che matematici. Il centro della sua ricerca verte, in quegli anni, sulla teoria degli stati fisici nei sistemi equilibrati e si concentra nella elaborazione di una teoria non-laplaciana dell’equilibrio sistemico. Una sintesi di questi studi, dal valore teorico assolutamente eccezionale, compare sul Giornale della Scuola, nel 1798, con il titolo Mémoire sur la statique, contenant la démonstration du principe des vitesses virtuelles et la Théorie des moments.

    Bisogna leggere questo scritto per capire perché vi dev’essere stata una rilevante influenza di Joseph su Charles. Questa breve memoria occupa una posizione alquanto singolare nella storia della fisica. In certo qual modo, essa è eccentrica rispetto alla fisica newtoniana anche se si muove ancora nell’ottica del perfezionamento della stessa. Pur senza anticipare la rivoluzione scientifica del ventesimo secolo, per i limiti relativi alla conoscenza della struttura della materia, in essa si prospettano sorprendenti sviluppi probabilistici nel campo dell’analisi del rapporto spazio-movimento-energia. Stranamente questo scritto è stato dimenticato o non valutato correttamente dalla successiva speculazione fisico-matematica sulla materia, probabilmente anche col concorso “revisionistico” dello stesso Joseph.

    Questa Memoria però non va dimenticata. Innanzitutto perché ci permette di capire in quale quadro si collocasse la riscoperta di alcuni elementi della fisica aristotelica e come, senza togliere nulla a Cartesio e Galilei, si auspicasse una revisione della meccanica “moderna”. Alcuni limiti importanti della geometria cartesiana sono al centro di questa discussione, che si estenderà sino alla successiva trattazione della Teoria dei cambiamenti di segno, proposta nel 1807, ed assai rilevante anche ai fini della comprensione del rapporto combinazione/coordinazione all’interno del Teorema della verità di Charles, come si è visto già, e su cui tornerò.

    Anche se viene citato solo marginalmente, il testo al quale si collega strettamente la Memoria di Joseph è l’Exposition du Système du Monde pubblicato dal Laplace nel 1796. Riprendendo alcune definizioni che si trovano in particolare nel terzo libro di quest’opera, su “Le leggi del movimento”,  il principio delle velocità virtuali, come è stato sviluppato in Jean Bernoulli e nella Meccanica analitica di Varignon, viene collegato alla teoria dei “momenti”[AR4] . Questo principio dice, in modo conciso, che supponendo dato l’equilibrio delle forze che sollecitano un corpo, quale che sia la sua natura, “il momento totale delle forze è nullo per ognuno degli spostamenti che soddisfano le equazioni di condizione”[AR5] . Da questo principio deriva la definibilità a priori del valore del momento delle forze che si trovano in equilibrio in un qualsiasi sistema, sia esso solido, flessibile o fluido. Inoltre - aggiunge Joseph, modificando non poco il Laplace - il punto comune o centro (foyer) del sistema rappresenta il centro di gravità fra le estremità: “il loro momento totale sarà negativo o positivo, secondo che questi due punti si avvicineranno o si allontaneranno”, secondo una funzione lineare delle variazioni arbitrarie di queste modificazioni “indeterminate”  a più valori[AR6] .

    L’enunciazione e l’approfondimento di questo ultimo principio teorico, pur se limitatamente ad una procedura matematica, è molto rilevante anche perché fa avanzare l’ipotesi di campi configurativi di osservazione essi stessi condizionati dalle oscillazioni sistemiche dei momenti fra stati nulli, positivi o negativi. Per la qual cosa, inoltre, si comprende meglio come il concetto di “moment” (oscillazione sistemica) sia usato in modo assai prossimo a quello di “feedback” della attuale teoria dei sistemi.

    L’esposizione successiva della Memoria, articolata e complessa, riprende varie questioni “classiche”, fra cui quella delle “corde vibranti” e delle relative equazioni lineari, e giunge ad una conclusione “fisico-filosofica” che merita d’essere riportata per esteso, per la novità e la “semplificazione armonico-gravitazionale” che rappresenta rispetto al sistema meccanico del Laplace così come era stato integrato con il calcolo differenziale del Lagrange[AR7] . Scrive dunque Joseph:

·     “La natura non può mai offrire l’equilibrio esatto; soltanto i corpi ci appaiono in questo stato, e le loro escursioni sfuggono a tutti i nostri sensi, o ad alcuni di essi. Allorché il sistema è posto in prossimità (“voisinage”) dell’equilibrio, esso oscilla intorno a questa posizione e se ne allontana (“écarte”) poco; ma non può mai rimanervi fermo (“y demeurer”), e il luogo nel quale un corpo potrebbe rimanere in riposo è quello che maggiormente è portato ad abbandonare allorché vi ha luogo (“il y passe”). .... Tutte queste vibrazioni si compiono insieme senza disturbarsi, in modo che il movimento del sistema è perfettamente analogo a quello di svariati pendoli attaccati a diversi punti d’un asse orizzontale. Si può, partendo da ciò, trovare in ogni istante la figura e la posizione del sistema. ... Tutti i corpi, qual che sia la loro natura, sono soggetti ad una tale oscillazione, e noi giudichiamo ch’essi sono in equilibrio dal momento che le loro oscillazioni divengono insensibili: ma gli uni lasciano e riprendono incessantemente la loro posizione iniziale, dividendo il tempo in misure eguali; gli altri cambiano continuamente di situazione.  ... I corpi suscettibili di oscillazioni regolari, o che conservano il loro tono, si prestano a dividere la durata in parti eguali e procurano così la misura naturale del tempo. Allorché diversi sono messi in contatto ed esistono fra di essi certi rapporti di figura e di dimensione, basta scuoterne uno solo per eccitare e mantenere i movimenti degli altri. Ben lungi, come nelle loro vibrazioni particolari, dall’urtarsi e contrariarsi, succede molto presto che il sistema di tutti questi corpi si muova simmetricamente e in tempi eguali. Avviene così che poiché i nostri sensi vengono meno, solo il calcolo potrebbe avvertirci della coesistenza delle vibrazioni semplici e, se così si può dire, della composizione armonica delle oscillazioni. I risultati che abbiamo appena esposto si riscontrano in ogni specie di materia. La natura riproduce questi fenomeni sotto le forme più varie: li si osserva particolarmente nelle vibrazioni dei corpi sonori; ed è una branca del Calcolo integrale che fornisce i principi fondamentali dell’armonia”[AR8] .

    Il Calcolo integrale dell’armonia, nel modo in cui lo intende Joseph Fourier, negli anni che segnano l’inizio dell’avventura napoleonica, è basato su un progetto fisico-matematico assolutamente originale e unico (come, oggi, si rivela dopo gli studi fondativi della fisica statistica o dei quanta[AR9] ) e non si ritrova in nessun altro pensatore dell’epoca, nei modi specifici così esplicitamente enunciato. L’analogia con studi che interessavano i fenomeni elettrici ed elettromagnetici è solo contestuale, ma non va trascurata. La Società dell’Armonia Universale di Mesmer si era dissolta nel 1789[AR10] , ma i temi in essa agitati avevano influenzato gli ambienti “enciclopedici” parigini in modo diffuso e potevano ancora rappresentare la cornice più o meno “occulta” di studi attinenti “le gravitazioni armoniche”. Berthollet che insieme a Monge ha patrocinato presso Napoleone il nome di Joseph, perché fosse messo a capo dei sapienti da aggregare alla spedizione in Egitto, era stato appunto un adepto della società mesmeriana. Lo stesso Bonaparte sembra sia affiliato, in quel periodo, ad una Loggia non ben determinata, e, forse, non è inopportuno ricordare che la sua elezione all’Institut, il giorno di Natale del 1797, era stata  patrocinata (e con quale simbolismo!) dagli “scienziati armonicisti” unitamente ad alcuni degli idéologues. Il Generale Bonaparte si era così ritrovato ad occupare la cattedra di geometria ch’era stata dell’inaffidabile Lazare Carnot[AR11] .

    Anche se si dimostrasse, comunque, una influenza più o meno diretta degli “illuminati” sul pensiero di Joseph, niente sarebbe tolto alla assoluta originalità della sua speculazione scientifica. Bisognerebbe riconsiderare le ragioni politiche che hanno portato alla condanna della fisica dei fluidi elettrici e magnetici di Mesmer come pratica superstiziosa. Nella Parigi “rivoluzionaria” la sua opera era ancora considerata un esempio di sintesi scientifica. Una influenza del magnetismo mesmeriano è inoltre evidente sulla contemporanea filosofia dialettica di Schelling o di Hegel, che pure presenta qualche carattere di affinità (apparente) con gli studi del nostro Joseph, come voleva Friedrich Engels[AR12] , nell’ottica della sua scienza dialettica della natura.

    Comunque, il fatto che il  progetto “armonico” di indagine fisico-naturale, quale si trova formulato nell’indeterminismo statistico di Joseph e non certo nel fluidismo di Mesmer, si ritrovi anche in Charles, pur se egli ne occulta ogni richiamo esplicito, è la prova migliore che, almeno da parte di questi, ci sia stato riferimento a Joseph. Con ciò si corregge inoltre l’idea riduttiva di un Joseph onorato e titolato fondatore della statistica scientifica e di un Charles che tale statistica andava applicando a conti di boutique ed amministrazione di cassa, nella sua povera esistenza di commesso. Come il suo stato civile designa. In realtà si deve all’etica “commerciale” di sua madre se al giovane Charles siano stati interdetti, traumaticamente, gli studi superiori (suo padre morì quando lui aveva poco più di nove anni).

 

     Fra i due Fourier deve, però, esservi stato qualcosa di più serio, almeno a giudicare dalla levatura delle due menti. Le cose, fra i due, dunque, non devono essersi svolte nel modo così semplice che ho descritto prima. Può, cioè, non esserci stato un travaso di idee a senso unico, da Joseph verso Charles. In questo caso riacquistano significato le notizie che diffusamente ci indicano una affiliazione di Charles a quella parte della massoneria maggiormente influenzata dagli illuminati, sia durante il periodo parigino (1797-8 e 1798-9), sia successivamente a Lione (1801-8)[AR13] . Gérard de Nerval sostiene che i martinisti illuminati si scissero, intorno al 1780, in due tronconi, uno che continuò ad operare a Lione, e che restò più fedele alla mistica di J. Boehme, e un altro che si trapiantò a Parigi fondandovi la loggia dei Philalètes (amici della verità), molto attiva durante la Rivoluzione, e luogo di incontro di noti mesmeriani come Bergasse e Lavater, di mistici ermetici come Court de Gebelin e Dom Pernetty, e di eminenti personalità della scienza e della politica[AR14] . Charles, in questo contesto, può aver tenuto un piede nella mistica ermetica e un piede nelle “scienze”, come capita d’altronde a molti dei personaggi che lo circondano nei suoi vagabondaggi fra Lione e Parigi. Consolidando inoltre quella che appare come la caratteristica più rilevante e più complessa del suo modo di pensiero, in ogni caso integrativo sia di tematichemistico-ermetiche”, sia di riferimenti stretti alle scienze fisico-matematiche e biologiche dell’epoca.

    Nella primavera del 1798, Charles è a Marsiglia ed assiste, come racconta egli stesso, alla partenza verso l’Egitto della spedizione scientifica che accompagna Napoleone nella sua missione scientifico-militare. Joseph Fourier guida questo drappello. Rientrerà in Francia nel 1801 per riprendere l’insegnamento all’École Polytechnique. Vi rimane ben poco poiché i suoi meriti politici gli procurano la nomina a Prefetto del dipartimento dell’Isère. Le tappe successive della sua carriera sono note: nel 1817 entra all’Accademia delle Scienze, nel 1826 è eletto all’Accademia di Francia. Muore nel 1830 e Victor Cousin gli succede nella prestigiosa carica accademica.

    Charles, dopo l’incontro di Marsiglia, si recherà invece a Parigi, come abbiamo visto, con precisi obiettivi di studi “scientifici”. Dopo nove mesi è però costretto a lasciare Parigi e a stabilirsi a Lione. In questa città svolgerà una vita sociale piuttosto intensa e pubblicherà la sua prima opera, La teoria dei quattro movimenti e dei destini generali. Un fiasco editoriale, che però segnala una personalità singolare di riformatore sociale e una incontenibile e pericolosa propensione a “dire la verità”.

    La carriera “scientifica” dei due Fourier si divarica progressivamente. I loro tragitti politici sono sempre più incompatibili, anche se fra di loro resta una certa amicizia, se è vero che Charles deve all’interessamento di Joseph un incarico nell’ufficio di statistica di Lione, durante i cento giorni. Vi è inoltre fra i due una latente ed inconfessabile rivalità “matematica”. Charles non cesserà mai, come abbiamo già visto, di sottolineare la sua paternità nella scoperta del Calcolo integrale dell’Armonia e nella applicazione estesa delle serie matematiche. Nel 1819 può scrivere: “lo studio era del tutto nuovo e ad esso devo, nel 1799, la scoperta del germe della mia teoria delle serie passionali; sono stati necessari vent’anni di riflessioni e di ricerche per sviluppare questo embrione e posso dire oggi che il compito è soddisfatto”[AR15] .

    Joseph Fourier è principalmente un fisico-matematico, i suoi studi più rilevanti vertono sulla diffusione del calore e sul movimento delle forze irraggianti e “vibranti”, ma si è interessato anche di musica e di “cose egiziane”. Suo segretario fu a lungo Jacques Champollion, cui si deve l’interpretazione dei geroglifici egizi. Oggi però la sua crescente notorietà è legata allo strumento matematico delle sue indagini: il calcolo seriale, continuamente rielaborato nel corso della sua carriera scientifica. Quel calcolo seriale che - cito Cassirer - W. Nernst una volta disse che conteneva “quasi dei valori eterni di cui il loro autore non poteva ancora rendersi conto[AR16] .

    Le serie matematiche non sono state scoperte né da Joseph né da Charles Fourier. Ho già largamente discusso l’origine musicale dell’interesse per le “serie armoniche” e i successivi studi matematici sulle “corde vibranti”. Quel che costituisce il punto di specificità degli studi fourieriani sulle serie è nella estensione e perfezionamento che il calcolo seriale raggiunge e nella centralità epistemologica che vi rappresenta.

    Vi è però un punto che resta oscuro e quasi impenetrabile, in questo gemellaggio non solo nominale dei due Fourier: malgrado Charles dia prova di maneggiare con estrema perizia l’analisi seriale, in alcuni casi “anticipando le matematiche ufficiali di mezzo secolo” (Queneau), di lui non si trova alcun manoscritto che attesti o una scrittura matematica o qualche abilità nel calcolo (si consideri però che una parte rilevante delle sue carte, soprattutto del periodo lionese, è andata distrutta o è scomparsa, a volte misteriosamente). In verità un suo “Quaderno di calcoli” esiste presso il Fondo Fourier (AS. 12, pièce 10, con indicazione di seconda mano che vuole si tratti di conti di spesa, biancheria, ecc.), ma sfido chiunque a decifrarlo (la sua incomprensibilità è la ragione per cui non è stato trafugato). Si deve dunque concludere che Charles fosse in qualche modo il filosofo, o il poeta, della “serialità”, di cui Joseph rappresentava invece il matematico. Quest’ipotesi,  postulando una certa collaborazione fra i due, mai attestata esplicitamente, non è da ritenere inverosimile. Vediamo perché.

 

      Ancora sul “sistema armonico” e i limiti del cartesianesimo.

 

      Nel suo primo scritto teorico, I tre nodi del movimento, che è databile 1803-4, Charles già si propone di costruire un sistema, universalmente estendibile allo studio dei fenomeni naturali (e alle passioni), partendo dalla “applicazione della regola dei tre nodi”. Questa regola armonica si traduce con estrema sintesi, in uno strumento di cognizione scientifica: “Nel gioco delle passioni come nei fenomeni della materia, esiste un sistema di legami che stabilisce in ogni senso dei punti di contatto fra le varietà di classi, generi e ordini, e che opera degli avvicinamenti (“rapprochements”) fra le cose più incompatibili. Questo contatto si stabilisce sempre fra gli estremi o punti opposti. Così il giorno e la notte, fenomeni del tutto opposti, sono legati attraverso i crepuscoli che formano una transizione insensibile dall’uno all’altra. Così gli animali e i  pesci sono in contatto attraverso gli anfibi, i regimi animali e vegetali attraverso i polipi, etc.. Queste diverse connessioni che si scorgono dappertutto sono degli indici di un sistema generale dei legami che noi chiameremo nodi dei fenomeni del movimento ... I nodi sono disposti secondo le leggi delle 3 passioni meccanizzanti. Vi sono 3 tipi di nodi, quelli di Composizione, quelli di Oscillazione e quelli di Progressione ... Osserviamo che i 2 nodi (1 e 3) sono analoghi alle proprietà delle serie, poiché nelle serie  2-4-8-16-32  il prodotto 64 degli estremi 2 e 32, multipli fra di esse, è eguale al prodotto del mediano 8 moltiplicato per se stesso”[AR17] .

    In queste poche righe si trova già enunciato il nucleo di quel Teorema dell’uso integrale della Verità che abbiamo ricostruito precedentemente, e all’approfondimento del quale Charles ha dedicato i suoi successivi studi. Nella citazione che abbiamo ora riportato è chiaro il riferimento a Keplero per il modo in cui è posta la relazione fra composizione o proporzione geometrica e progressione aritmetica (si veda la Digressio politica degli Harmonice Mundi[AR18] ). Di “calcolo dell’armonia” e di sedici ordinamenti seriali nello sviluppo delle società umane, si parla anche in un breve scritto pubblicato sul “Bulletin de Lyon[AR19] , il 3 dicembre 1803. Ben prima, quindi, degli svolgimenti “seriali” che si trovano (vds. § 2) nella Teoria dei quattro movimenti (1808).

    Va inoltre ricordato che il calcolo armonico proposto da Keplero è ripreso sia da Cartesio, nel Teorema centrale della sua Geometria, sia da Newton, nella Arithmetica universalis (né bisogna dimenticare l’Harmonie universelle di Padre Mersenne). La tematica continua ad avere una posizione centrale nella speculazione matematica durante tutto il diciottesimo secolo. La Regola di Cartesio, applicata alla ricerca dei limiti delle radici, è dimostrata insoddisfacente già da Eulero e Segner allorché si passa dal calcolo delle funzioni differenziali a quello degli integrali (radici immaginarie). Lo stesso tema è trattato da Joseph Fourier nei suoi primi corsi all’École Polythecnique[AR20] , in maniera molto originale, anticipando gli elementi centrali di quel Teorema sui cambiamenti dei segni, come lo chiamerà Poisson, che si trova esplicitamente definito solo nel manoscritto del 1807 sulla Théorie de la propagation de la Chaleur. Il Darboux, curatore delle sue Opere, è molto chiaro a proposito: “È a Cartesio che si deve far risalire la considerazione delle variazioni e delle permanenze di segni in una serie lineare; ma Fourier ha, per primo, sostituito alle costanti che figurano nella sequenza di Cartesio delle funzioni i cui segni possono cambiare allorché la variabile indipendente prende tutti i valori possibili”[AR21] . Cosa che d’altronde lo stesso Joseph dice in “Sur l’usage du Théoreme de Descartes ... (1820)[AR22] .

    Il valore “filosofico” di questo Teorema sui cambiamenti dei segni, associato alla analisi seriale, è enorme: esso corregge la logica cartesiana stabilendo regole armoniche nelle Oscillazioni (non più quindi nella semplice Progressione) dallo zero verso il “- ¥“ e il “+ ¥“. Il Comte, che se ne occupò in una delle prime lezioni del suo Cours de philosophie positive[AR23] , non ha capito nulla della sua importanza, almeno per quel che palesa, e parla di “diversi tentativi viziosi” intesi a sfigurare l’idea-madre datane da Cartesio, idea che solo il comtiano concetto di “relazione dal concreto all’astratto” può aspirare a completare. La spiegazione di cosa sia per Comte la relazione concreto-astratto ci porterebbe immediatamente fuori dalla logica seriale, e dalle matematiche, riproponendo invece, psicologizzato, il nucleo epistemico del cartesianesimo “visuista”. Va notato che lo stesso Hegel si schiera palesemente, in pagine importanti della Scienza della logica[AR24] , a favore del Lagrange e di Cartesio, e contro gli “infinitesimisti”. Il ritorno a Cartesio auspicato, nell’età della Restaurazione, da una parte dei politecnici, è anche una scelta politica di certezze conservative: si tratta di mantenere inalterato l’ordine visibile. Non deve quindi sorprendere se il Comte, in una successiva Lezione del Cours, qualifichi come “radicalmente viziosi” anche i tentativi di studio fatti dai fisici nell’ottica di una “analogia costante e speciale fra le parti costituenti dell’apparato (“appareil”) uditivo e dell’apparato visivo”[AR25] . In ragione della evidente difficoltà alla integrazione, entro il modello cartesiano del rapporto mente-corpo, della complessa fenomenologia delle differenziazioni neuro-fisiche legate al dualismo Orecchio-Occhio. “Studio” che di fatto, come si è visto, si rivela essere un vero cavallo di Troia per la certezza positiva quale viene formulata entro il quadro del sistema meccanico classico.        

    Pur senza approfondire ulteriormente questo delicato punto (correzione “seriale” della Regola cartesiana), se ne scorge  l’importanza speculativa che va a combaciare quasi alla perfezione con punti rilevanti toccati nello svolgimento del Teorema integrale della Verità di Charles Fourier (modi maggiori e minori della verità e relative “Tavole”).

    Quale relazione vi è fra la composizione e la progressione (mediate dalla Oscillazione) dei Tre nodi, in Charles Fourier, da una parte, e la “permanenza e variabilità” della Regola sui cambiamenti dei segni, in Joseph Fourier?

    Charles Lambert, fourierista della seconda generazione, in un articolo apparso nel 1856, “Fatalità-Provvidenza-Libero arbitrio”, facilita il compito di una risposta. Egli può infatti scrivere: “L’antica logica era semplista, come diceva Fourier; la nuova è dualista e anche TERNARIA, giacché essa porta avanti le antinomie con il loro LEGAME. In fondo, la logica ha cambiato di natura? Sarebbe contrario all’essenza della parola TRASFORMAZIONE, che vuol dire egualmente permanenza e variabilità. Essa logica è stata sempre ternaria, nella sua costituzione, ma semplista nella sua manifestazione dominante”[AR26] . Dunque il termine “Trasformazione”, istituzionalizzato da Joseph Fourier traduce il termine “Oscillazione”, usato da Charles nei Tre nodi.   

    Di quale Fourier parla il Lambert? Di Charles o di Joseph? La risposta è lasciata all’arbitrio del lettore, e alla sua competenza “professionale”, poiché il filosofo direbbe Charles, il matematico direbbe Joseph, e nessuno dei due sbaglierebbe. La facilità di questa “soluzione” è anche il motivo per cui non si sono fatti studi seri sul pensiero “matematico” di Charles e sul pensiero “filosofico” di Joseph. In un contesto culturale dominato dal positivismo comtiano, le “matematiche” fourieriste divengono inoltre sinonimo di mistica idealistica o di irrazionalismo visionario.

    Comunque, la equivocabilità sulla significanza filosofica o matematica della logica seriale può essere giustificata, intorno alla metà dell’Ottocento, giacché l’opera di entrambi i Fourier è ampiamente editata e la loro “associazione” risulta spontanea. Ma simile ragionamento non può essere riportato al periodo 1797-1815, poiché l’opera di Joseph non è praticamente edita, salvo la Memoria del 1798 e un sunto molto breve del manoscritto sulla Teoria del movimento del calore (apparso nel 1808 sul Bollettino della Société Philomathique), mentre Charles, già in quegli anni, dimostra di aver colto il significato dello svolgimento del Teorema sui cambiamenti dei segni e delle Trasformazioni seriali che usa nella Teoria dei quattro movimenti (1808), o anche prima, come abbiamo visto, con perizia. Dunque Charles conosceva, e bene, l’opera di Joseph, per la sua specifica originalità, prima che essa fosse resa pubblica.

    D’altronde, se può esservi stata collaborazione fra i due Fourier, è proprio la pubblicazione, anonima e con falso luogo di edizione, di questo testo del 1808 (testo che segna anche il distacco di Charles dalla influenza del Ballanche per la parte “sociale” della Teoria societaria) che rende pubblicamente inavvicinabili gli intendimenti “illuminati” di armonia sociale dell’eversivo Charles con quelli del Prefetto napoleonico, proprio in quegli anni impegnato, nella vicina Grenoble, a reprimere diffusi movimenti settari di tipo vagamente religioso. I tempi sono cambiati, si sente bisogno di ordine e tranquillità ideologica. Anche dentro la massoneria si impone una esigenza del genere. Nel suo Manuel du franc-maçon, uscito appunto nel 1808, Bazot arriva a dipingere la setta degli Illuminati come una organizzazione criminale, tendente a sovvertire completamente l’ordine esistente, fuori dalla spirito autentico della massoneria. Probabilmente sono gli auspici dello stesso Napoleone che intende “chiudere” la Rivoluzione anche nell’effervescente dominio del “sapere”, in quel “santuario della scienza” che aveva in qualche modo maturato l’idea del nuovo ordine armonico, “ordine” che lo stesso Bonaparte aveva lasciato credere di voler costituire. Inoltre, come attesta Arago, per Joseph c’erano stati dei problemi al momento della sua nomina a Prefetto, dovuti al fatto che “quel ch’era stato divulgato intorno alle opinioni del nostro confratello sulla antibiblica antichità dei monumenti egiziani, ispirava soprattutto delle vive apprensioni nel partito religioso”[AR27] .

    Abbiamo qui chiarito uno dei motivi per cui Charles può non aver rivelato l’origine delle sue informazioni matematiche, e neppure la natura dei suoi “teoremi”: non compromettere la carriera istituzionale ed accademica del cugino Joseph. La cosa vale ancor più per l’altro interessato. La rivelazione di una “collaborazione” fra i due sarebbe stata molto negativa e pericolosa per Joseph, vista l’aureola che si disegnava intorno all’illuminismo armonicista. A riprova di ciò si nota anche, da parte del prudente funzionario, l’accantonamento di quegli spunti più “filosofici” che erano presenti nel primo suo scritto. Joseph ha cercato, quindi, di cancellare ogni traccia di una “follia di gioventù”? Politicamente e ufficialmente, sì, pur senza rinnegare i suoi principi scientifici. D’altra parte, era praticamente obbligato ad una tale svolta, se voleva sopravvivere ai “sospetti” che su di lui circolavano entro lo stesso ambiente scientifico parigino (il caso del “processo” a Monge è esemplare a proposito), soprattutto dopo la caduta del suo protettore imperiale.

    Charles, viceversa, per la natura della sua mente estremamente ricettiva e per la trascuranza singolare nel considerare gli effetti pratici delle sue scelte, non solo in campo commerciale, riesce ad attraversare e ad accumulare esperienze intellettuali fra le più svariate, riferendole unicamente ad un bisogno di ricomposizione non-realistico: non fermarsi mai in un luogo settario o istituzionalizzato della organizzazione sociale esistente, non identificarsi né lasciarsi identificare mai per una data appartenenza o adesione. Questo è il suo Vangelo di vita e la via, si vedrà meglio più avanti, da lui scelta per rendere compatibile la sua ricerca “matemica” con la sua personale “schizopatia affettiva”. D’altronde è una tale virtualità statico-dinamica rispetto al reale che costituisce l’essenza stessa dell’écart absolu, cioè della sua non-partecipazione al farsi degli avvenimenti. Così gli capita di attraversare le varie fasi della Rivoluzione e dei periodi successivi, senza “realizzare” i cambiamenti che si producono negli assetti politici e nelle dinamiche ideologico-scientifiche. Così anche fra martinismo e mesmerismo, cabala cristiana e rosacrocismo, egli resta sempre in un “centro indeterminato”, eretico, fedele solo a se stesso, cioé al suo fantomatico non-Ego fourierista. Un non erudito degli affari di questo Mondo. Un Folle nella Corte della Scienza e della Non-scienza.

     L’educazione visuista e gustativa che gli ha dato Brillat-Savarin l’ha forse, lui da solo, coniugata con l’iniziazione armonicistica delle vibrazioni acustiche e fluidiche di Joseph Fourier? Il modo “maggiore” e il modo “minore” del suo Teorema integrale della verità nascondono forse questi due momenti della sua formazione, questi due debiti nei confronti di due singolari “congiunti”, che un segreto imposto doveva rendere invisibili agli occhi dell’estraneo lettore del Libro delle Passioni?

    Ipotesi affascinante e non poco immaginosa. Eppure ipotesi che non ritengo estranea al fantasma ricompositivo della sua stessa identità di soggetto; sua, cioè di Charles. Ipotesi, inoltre, perfettamente in linea con la sua filosofia del dualismo simmetrico armonico, tanto nella natura che nell’uomo. Che lui si sia voluto l’esperimento totale di questa esperienza di dualizzazione, lo dice egli stesso a più riprese, sia quando dice “sii il nuovo Edipo”, sia quando scrive “dans mon  être, dans moi, je cherche à pénétrer[AR28] . Questo vuol dire che il segreto di cui si ricerca la soluzione (l’Enigma delle passioni), egli sa che è riposto in se stesso, nella sua stessa interiorità; e poiché il mistero dell’uomo è nel suo dualismo, quel che egli vuole “penetrare” e comprendere è il suo esemplare dualismo di uomo. Questo consiglio vale anche per i biografi del nostro Charles. Il quale spesso sembra suggerire: se volete capire la mia verità indagate sul mio dualismo. Il significato di questa “dualità”, confessata qua e là, non deve esser trascurato. Fra l’altro, esso deve far riflettere sulla rilevanza di molti elementi di ambivalenza e di autocontraddizione che emergono dalla anamnesi autobiografica del soggetto, e che rendono difficile una ricostruzione lineare di aspetti centrali della sua biografia intellettuale. Spesso ci troviamo di fronte a sintomi evidenti di modi duplici o “distorti” di raccontare o rivivere esperienze più o meno significative del proprio passato, anche in rapporto alla attualizzazione di iniziative nel presente.

 

      Psicogenesi e schizopatia affettiva in Charles.

 

      Vi sono almeno tre episodi che conosciamo, nella vita di Charles, molto significativi, a proposito del “dualismo” psico-affettivo, dal ruolo così centrale nella sua psicogenesi.

    I suoi biografi, dal Pellarin al più recente Lehouck, non hanno mai notato manifestazioni e sintomi di sdoppiamento della personalità nel grande Utopista. Anch'io ho lungamente tralasciato di dare il debito peso ad alcuni elementi che invece avrebbero duvuto portare ad approfondire un così rilevante dato biografico, finché non ho modificato il concetto di "sdoppiamento" con quello di "raddoppiamento" ed ho sostituito il problema della scissione più o meno dissociativa, con il problema della dualità e della doppiezza psichica ricercata (in qualche modo collegata al doppio Mondo dell’Occhio e dell’Orecchio), quale si manifesta per un lungo arco della vita di Charles sino a giungere, negli ultimi anni della sua vita, a livelli di rappresentazione grandiosa.

     Il punto d'arrivo di questo percorso è esemplarmente illustrato dalla corrispondenza che intrattiene con un certo "Cyrano vapeur à Rome", come egli stesso abitante al numero 29 di rue du Faubourg Montmartre, non altro, quindi, che AlterEgo del grande Utopista.

    Ma in almeno due altri episodi si manifesta il tema del raddoppiamento della personalità, la prima volta negli anni dell'infanzia, poi negli anni della maturità in relazione all'alfabeto cifrato e al doppio registro della verità conveniente ora a dirsi ora a non dirsi (alfabeti e codici cifrati ricorrono a partire dal 1816).

    Partiamo dalla corrispondenza con se stesso. Dal 1826 Charles abita stabilmente a Parigi, in un modesto alloggio del popolare Foubourg Montmartre. Al numero civico di casa sua indirizza le lettere scritte a Ennius Cyrano. Queste lettere, conservate nel Fondo Fourier[AR29] , sono di una banalità assoluta per cui sembrano irrilevanti; l'interesse sta solo nella busta e nella monolocazione inconsueta dei due corrispondenti. Le lettere sono state comunque impostate e recapitate dal servizio postale. La cosa sarebbe molto piaciuta ad André Breton che, come ricordo, scrisse di aver spedito Philippe Soupault a cercare se stesso in tutte le portinerie di Parigi, e a rendicontare queste ricerche ogni pomeriggio al loro rendez vous di Café de Flore. Atto surrealista  avant la lettre anche quello di Charles? Non credo.

    I suoi maggiori biografi hanno anche rilevato con una certa evidenza due distinti episodi della sua prima infanzia. Intorno ai cinque-sei anni, egli viene energicamente redarguito per aver coltivato fiori nella sua camera completamente invasa da vasi e colture di ogni tipo [AR30] . I genitori austeri e "borghesi" scoprono con orrore tale devianza del comportamento dopo mesi di non-ingerenza nella camera del figlio. E comunque nello stesso periodo egli viene anche punito per "aver detto la verità su di una faccenda di famiglia", in una circostanza in cui la buona educazione e l'interesse domestico avrebbero voluto il contrario. In pratica, il bambino aveva svelato ad un cliente gli imbrogli commerciali che i genitori praticavano scrupolosamente nella bottega malgrado, o piuttosto buongrado, la loro rigida morale cattolica. Charles ricorda l’episodio e le sculacciate che seguirono, e a tale episodio fa risalire il suo “giuramento d’Annibale”[AR31]  contro la falsità del “commercio”. Il non ancora adolescente Charles, reputato inservibile a continuare la tradizione del commercio familiare, fu quindi spedito in collegio a studiare latino, lingua che dice tutto sulla coazione a ripetere e che egli ritenne in futuro solo per le preposizioni avverbiali, pur avendola appresa bene, insieme alla musica e alla matematica.

 

     Freud, in un breve scritto del 1938, "La scissione dell'Io nel processo di difesa" (1) ci dà una chiave per analizzare il significato recondito di tali avvenimenti, legati, al di là dei dettagli precisi, alla interdizione nel perseverare in un certo tipo di soddisfacimento pulsionale che può essere la masturbazione, come evidenzia l'analisi freudiana nel caso del bambino analizzato, oppure l'inflorazione simbolica della terra, che è la stessa cosa con in più un elemento archetipico: Onan, la Madre Terra, il Peccato. Il fatto può procurare una lacerazione dell'Io "che non si cicatrizzerà mai più, che anzi si approfondirà col passare del tempo"(Ivi, p.558) come dice Freud, che qui bisognerebbe però riferire per esteso, senza dimenticare che nel caso biografico di Fourier si introduce un elemento di ulteriore complessità rappresentato dall'associazione di un fatto patito (verosimilmente le sculacciate) per un suo “dire la verità” su qualcos’altro che non fosse quel ch'egli stesso aveva fatto.

    Insomma nell'animo del ragazzo deve essere apparsa come una tortuosa distorsione di indirizzi e di messaggi l’essere stato prima punito per aver taciuto  ciò che aveva fatto (la coltura floreale), poi ancora di nuovo punito, all’opposto, per non aver taciuto.

    Qui però bisogna lasciare la psicoanalisi  e prendere sul serio il LATINO. Il  latino è considerato come la lingua del dicibile, ovvero del confessabile, per due motivi: la capisce solo chi deve e rende, inoltre, inevitabile una traduzione tra l’Io che pensa spontaneamente in se stesso (qui nel  francese materno) e “le moi-inhumain dell’io sovrapposto della artificiosità riflettente della morale. Verità teatrale, quella di una lingua inutile della comunicazione colta, che serve unicamente a far capire al giovane Charles che il suo peccato linguistico (voler dire la verità) si paga con una espiazione anch’essa linguistica, da scontare in un Limbo della doppia identità.  In un’epoca in cui la lingua latina tende a perpetuare una sua tradizione ormai solo come lingua del “divino che mente”,  il ceto sacerdotale, al quale, paradossalmente, vuole aderire (si interessa alla casuistica), santifica il penitenziale della perversità mondana: una cosa detta in latino viene premiata proprio perché avrebbe meritato la punizione se detta in volgare.

    Con orrore traspare il ricordo di un premio conquistato in una concione di lingua latina, durante gli anni del Collegio. Assai giovane Fourier capisce che il problema della lingua va “rovesciato”: bisogna dire a tutti, nella lingua più universale possibile (sarà la matematica passionale) quel che tutti non hanno sinora potuto dire neppure a se stessi, perché condannati al doppio dell’inespressione, gratificabili quando invece erano punibili, sinceri solo per distrazione e “dicenti la verità” solo per non essere capiti, o compresi, e non-premiati. Ancora negli anni della maturità, durante le riunioni lionesi nella locanda del Vieux Coin, stende appunti vari per un testo emblematico su L’Amour du mépris de soi-même: una serie di riflessioni sul falso io dell’amor proprio “egologico”.

    E però nella biografia di Fourier c’è un periodo in cui il problema del dire a tutti (che è ancora un problema squisitamente evangelico) diviene ben altro: FAR FARE A TUTTI LA VERITA’. Ecco qui il punto cruciale di tutta la teoria dell’Armonia sociale che, ereditando la problematica della critica alla “duplicità della Civiltà”, ha finalmente il coraggio e l’ardire di dire il fatto che ha prodotto l’indicibile biografico: si è partiti da un godimento interdetto, al godimento bisogna tornare dunque, alla sua Legge, al suo Farsi. Questo passaggio avviene secondo me negli anni 1815-1821, durante il soggiorno a Talissieu in circostanze che gli davano il ruolo di tutore delle quattro giovani  figlie della sfortunata sorella Mariette che era stata sopraffatta da una grave forma di malattia mentale.

    La sua coerenza è dimostrata dalla libertà passionale e amorosa che concede alle nipoti, per due delle quali egli stesso sente attrazione e trasporto sensuale, d’altronde ricambiato, almeno per un certo periodo[AR32] . Charles aveva già scoperto, dopo i trent’anni, la sua propensione prosaffica (godimento nell’assistere all’amore fra due donne): ancora una prova del suo “raddoppiamento” psichico e della sua difficoltà problematica ad essere UNO, almeno per quel che concerne l’ordine simbolico. Una ragione ulteriore, comunque, della eccentricità del suo comportamento passionale.

    Ma perché mai Charles si sarebbe sentito linguisticamente doppio e solo matematicamente soggetto di unicità integrale? Una risposta “biografica” è quasi impossibile. Anche le singolari preferenze sessuali confessate (filosaffismo e propensione all’orgia “polimorfa”) non svelano del tutto i retroscena psichici della sua infanzia. Quel che però mi sembra innegabile è la centralità del problema del raddoppiamento nella caratterizzazione del personaggio, e la sua conpartecipazione di un qualche “segreto” familiare che, più o meno collegato alla sintomaticità dei citati episodi della “coltura floreale” e del “giuramento d’Annibale”, diviene oggetto di fantasmatizzazione e di rielaborazione. Alla base di questi due episodi vi è chiaramente un problema di domanda d’amore frustrata che infine si rivela come una dichiarazione di odio accordata. È logico vedere nel primo episodio un comportamento genitoriale “ostile” e di allontanamento nei confronti del bambino che quindi, con la coltura floreale, si propone di “colmare” un vuoto seduttivo. L’emblematico primo comandamento del nuovo ordine armonico “Il faut d’abord séduire les enfants” potrebbe perciò riferirsi, in primo luogo, proprio alla “mancata” esperienza infantile di Charles. Nel secondo episodio, si può invece leggere una simulazione di comportamento affettuoso e riconciliante. “Simulazione” smascherata (indirettamente) appunto da Charles che identifica i “genitori” con la “falsità dei rapporti commerciali”. La dualizzazione investe quindi processi molto profondi che regolano i meccanismi affettivi dell’amore e dell’odio, e che, nel caso descritto, possono tendere a scindere ed insieme confondere l’identificazione narcisistica del soggetto. Chi è lo Charles amato dai genitori? Quello del primo o quello del secondo interdetto? L’equivocazione risiede anche nei genitori, e la morte prematura del padre deve aver concorso al consolidamento di un trauma che dice molto più di quel che appaia. Sin qui si può dunque parlare di una chiara forma psicogena di devianza dai “normali” equilibri della logica affettiva.

    La “follia” di Charles può però essere accreditata solo sino ad un certo punto, giacché il suo raddoppiamento è in lui un fattore di intelligenza terapeutica, da valutare ben diversamente da una sindrome dissociativa patita “passivamente”. La genesi creativa dell’ordine teorematico collegato al sistema armonico è anche, pur se nascostamente, una ri-soluzione della scissione personale patita esistenzialmente dal nostro personaggio. Il raddoppiamento permette un contenimento e un recupero della dissociazione in funzione di una autoriequilibrazione. Presentando quindi una differenza che può essere importante rispetto allo “sdoppiamento” classico della patologia mentale.

    D’altra parte sarebbe una banalizzazione non accorgersi che qui si pone anche esemplarmente il problema valutativo di un preciso processo patogeno: come Freud ha notato in Introduzione al narcisismo, una patologia nel processo di fissazione della libido oggettuale può produrre, per compensazione, un potenziamento (spesso delirante) del narcisismo auto-erotizzante, che investe su se stesso entrambe le componenti pulsionali della psiche (conservativa e riproduttiva). Processo che non esclude, anzi favorisce, vocazioni filosofiche, pur determinando nella economia psichica del soggetto un “raddoppio dell’Io” e un disinvestimento dalla realtà oggettuale. “Disinvestimento” che in effetti caratterizza il pensiero di Charles e che, teoricamente, è una delle assonanze più forti con la filosofia degli “illuminati” e il loro armonicismo totale.

    Che si possa parlare, per Fourier, di uno split-Ego (fenomeno singolarmente speculare, in Freud, rispetto alla divisione Io/Super-Io), già si è detto. D’altra parte la rilevanza dello split-Ego introduce il problema dello split-brain, cioè il problema della doppia mente, che già si è trattato e che è centrale nella psicogenetica fourieriana. Il raddoppiamento è evidentemente legato al problema della relazione doppia verità / doppia falsità e al progetto di rovesciamento del rapporto dire/fare: fare l’indicibile e dire l’infattibile. Passionalmente, per la psicoanalisi, il problema che si pone è quello di correlare come si possa una volta amare l’odio e un’altra volta odiare l’amore senza arrivare alla dualizzazione di se stessi come unica soluzione economicamente conveniente. Il “doppio legame” (double-bind), e il “mulinello relazionale” che ne deriva, nei processi schizopatogeni, come ha osservato opportunamente Luc Ciompi, “non consente altro che una risposta di doppio legame[AR33] . La logica affettiva familiare è dunque fattore dinamico di duité per il raddoppiamento funzionale della economia psichico-passionale di Charles. Il dualismo appare così come una soluzione che permette la ubicazione monolocativa di due egoità alterotopiche, simmetriche e rovesciate specularmente l’una rispetto all’altra. Come rivela la pseudo-corrispondenza con Ennius Cyrano. Lo studio classico di Otto Rank, su Il Doppio - Il significato del sosia nella letteratura e nel folklore[AR34] , avrebbe potuto benissimo trarre materiali pertinenti dal caso esemplare di Charles.

    Il problema della dualità ci riporta anche al tema centrale del Teorema della Verità: trovare l’unità dalla armonia degli opposti senza cancellare nessuno degli opposti. Abbiamo visto come l’unità sia cercata dentro l’armonia costitutiva essenziale dell’uomo (fra i due Sé delle sfere “maggiore” e “minore”, con le relative differenziazioni topiche), come ricerca matemicauniteistico computativa”. Né si deve trascurare il peso degli aggiustamenti che Charles produce nella rielaborazione progressiva del suo Teorema, sempre più finalizzato alla unificazione coordinativa “maggiorante” delle strutture più alterotopiche (alienanti) della sfera minore: segno evidente di una esigenza autocorrettiva, compensatrice della dualità in funzione di una stabilizzazione crescente della propria soggettività.

    D’altronde la dualizzazione è il carattere determinante di quel pensiero intimamente dialogico e “alternato” che si fonda sulla coscienza o bi-scienza acustica della verità minore. Dove si apre, come abbiamo visto, uno spazio fra un sé e un altro sé, che è lo spazio della “polifonia armonica della parola”[AR35] , come dice Bachtin della narrazione in Dostoevskij.

     Sappiamo comunque, volendo fare una sintesi dei punti precedentemente toccati, che Charles rivela continuamente di essere dualizzato nella sfera audio-tattile del suo essere soggetto di parola; ed inoltre sappiamo che l’armonia neutrale della sua Unità (lui la chiama appunto “passioni matematiche”) è fattibile solo nella sintonia  seriale dei due Emisferi-Mondo della Dualità fondamentale (maggiore/minore, maschile/femminile, ecc.).

    Credo che qui, senza riassumere ulteriormente il cuore della costruzione sistematica di Charles, ci troviamo noi davanti ad un dilemma interpretativo, perchè:

a) se una tale struttura di bilateralizzazione simmetrica allacciata matemicamente è la proprietà centrale della mente umana, allora il dualismo di Charles è il segno della sua genialità (la scoperta della dualità integrale della mente umana) e non della sua follia; tanto più genialità, inoltre, perché il suo è un dualismo “teorico” che è indagato e rilevato ironicamente anche in se stesso (Cyrano vapeur à Rome: ma se a Roma il mare non c’è!);

b) se una tale dualizzazione è da considerarsi unicamente come un sintomo maggiore di scissione schizoide, allora Charles va visto come uno squilibrato parafrenico che non riesce ad accedere alla “unità della coscienza soggettiva dell’Io” e quindi anche il suo “sistema scientifico” va letto solo a corredo di una nosografia del delirio psicotico di base.

    Ritengo che si possa avvalorare la prima ipotesi, stabilendo inevitabilmente che in tal caso l’esclusione della seconda ipotesi dipenda ponderatamente dal giudizio di chi scioglie il dilemma: se il dilemma è posto in modo seriale e non dicotomico, si può passare dalla dualizzazione all’unità secondo una media logaritmica che mescoli i due poli della opposizione per il fattore identità, e includa anche una certa reversibilità. Insomma l’unità o il dualismo del soggetto (giudicato) sarebbero solo estremi punti di vista mediati da un continuum di transizioni intermedie, rispetto al soggetto giudicante. Come dire che nel nostro dilemma è vera sia la a) che la b).

    Il dilemma non sarebbe un dilemma agli occhi di un interprete non soggettivamente categorico, ma egli stesso “indeterminato” (relativista in senso dostoevskiano) e “scisso” fra l’unità e la dualità della composizione onnimodale di quel pensiero che ho chiamato “a quattro registri” o non-cartesiano. Dico subito però, che un tale soggetto-non-soggetto evidentemente non “esiste” come soggetto individuale, se per “soggetto” si intende esclusivamente l’unità cosciente del soggetto pensante. Nella “logica dei gruppi”, o in quella che Ciompi chiama la Affektlogik (con riferimento anche alla logica generale dei sistemi) tale soggetto indeterminabile è viceversa fondamentale per il funzionamento sistemico del gruppo. Ho preferito, perciò, parlare, nel secondo capitolo, di un soggetto collettivo vagante per indicare una tal sorta di “indeterminismo” nella designazione del luogo del soggetto dialogico. Nell’ottica di questo distinto modello di analisi, si può inoltre comprendere meglio come la confusione psicologica fra il ruolo materno e quello paterno può aver avuto un ruolo genetico nell’indeterminismo psichico infantile di Charles e avergli suggerito la necessità di indagare, per un suo stesso bisogno di modellizzazione psichica, le relazioni “gruppiste” e le passioni matemico-combinatorie.

    L’etichetta della follia, in senso classico, deriverebbe, invece, inevitabilmente, da un giudizio di tipo dicotomico, o deterministico e non-dialogico, portato su un soggetto non “localizzabile” in un preciso suo “centro” come avviene invece nell’individuo narcisisticamente normale. Come si dà nel caso di un giudizio monotetico applicato estensivamente ad una entità diadica, palesemente duplice, ovvero ad una doppia mente che come tale si manifestasse.

    Se ci si ferma al giudizio monotetico, si è obbligati, per mantenere la nostra stessa identità soggettiva, a scindere categoricamente e a tenere nella separatezza quella “dualizzazione”  polifonica che esiste fra la mente maggiore e la mente minore (dualità emisferica) di un soggetto altro da noi qualora (si badi bene) questo soggetto Altro la manifesti e la esprima (la dualità) in forma complementare e non unitaria. “Aprendosi beatamente” egli come fosse un Due e non un Uno, l’alienazione e l’alterazione del nostro corrispondente implicherebbero immediatamente una nostra risposta differenziabile secondo l’elementare schematismo binario d’essere essa stessa polivalente (sistemico-circolare) per entrambi i duismi dell’Altro (risposta raddoppiata) oppure bivalente (logico-categoriale) per essere una risposta a nessuno dei duismi dell’Altro perchè, in quest’ultimo caso, noi non potremmo che rispondere unicamente al nostro soggettivo bisogno di riconfermare la nostra supposta unità logico-identificativa. Unità, questa, inesistente nel corrispondente che quindi, di fatto, verrebbe riconosciuto come non-corrispondente, cioè come non dotato di quell’elemento di autoidentificazione e di accesso alla risposta di cui dispone il supposto Moi du Sujet del nostro Io.

    Questa argomentazione può apparire contorta ma non lo è, e deriva da alcuni assunti centrali della teoria dell’informazione.

    Inoltre, il bisogno di riduzione ad unità logico-soggettiva, esaltato  proprio nel pensiero dicotomico-cartesiano, porterebbe a leggere tale dualità (qualora si manifestasse come tale) come un processo patologico di “décomposition de la pensée” ( come si trova esemplarmente in Maine de Biran), ovvero come scissione psichica dovuta all’inevitabile conflitto “morale” fra un elemento psichico disposto a considerare un alcunché-qualsiasi come qualcosa che l’altra psiche non riesce a trattare alla stessa maniera, perché mossa da istanze naturalmente contraddittorie rispetto alla combinata alterità.

    Questo modello di interpretazione riduttiva o bifasica della “dualità alterata”,  si trova, fra gli altri, perfettamente enunciato da Auguste Comte, allorché egli si interessa a più riprese - come si è già detto in nota al § 7 - al sistema di Gall e alla definizione della unità del soggetto riflettente in rapporto alla duplicità delle emilateralità cerebrali.

 

    Lo stesso Freud ha descritto, da un punto di vista psicoanalitico, quel processo di catarsi e redenzione attraverso la malattia che, secondo il modello poetico che si trova nei versi di Heine, (“Fu malattia ciò che mi diè L’intimo impulso creativo. Creando vidi che guarivo ...”) rappresenta una “psicogenesi della creazione del mondo”[AR36]  attraverso il dinamismo conflittuale di due principi che si contrastano attivamente nello stesso soggetto, come se esso stesso fosse in qualche modo duplice. È singolare che anche nel breve saggio Dostoevskij e il parricidio (1927) Freud stabilisca una relazione stretta fra la rottura dell’unità dell’Io, la psicogenesi (definita come un processo di ripetizione individuale di una “evoluzione già compiuta nella storia del mondo”) e pratiche onanistiche infantili.

     La psicogenesi è in un rapporto singolare con la psicoanalisi. La prima è come fosse il rovescio della seconda. Nella psicogenesi, creativamente, c’è il principio di indeterminazione ponderale e di sovrapposizione configurativa polifonica, nella psicoanalisi no.  Nella psicoanalisi c’è Cartesio, nella psicogenesi c’è Heisenberg o Gotamo Buddha. Nella psicoanalisi c’è, dominante, il principium individuationis; nella psicogenesi c’è, dominante, il principium indeterminationis. Per il problema della “dualizzazione”, è come dire che nella psicogenesi si parte dalla dualità per muovere verso l’unità e che nella psicoanalisi, viceversa, si parte dall’unità per ritrovare la dualità. Vero che la psicoanalisi va verso la psicogenesi procedendo verso il suo inconscio, vero anche che la psicogenesi fuoriesce nella psicoanalisi, quando si ritrova comparata alle istanze configurative dell’ordine (sociale e relazionale). E però, l’impresa di tenere insieme sia psicogenesi che psicoanalisi, credo, sia veramente una impresa titanica, che, per l’ordine delle cose e del tempo, è complesso fenomeno in una unica e medesima mente. Quel che porta a considerazioni banali come nel dire che il bambino non è l’adulto né l’adulto può restare bambino. Ci vorrebbe una mente doppia, per dare l’idea di una tale entità, una mente “ermafrodita”[AR37]  in tutto e per tutto, come per quegli uomini duplici, primordiali, immaginati da Platone nel Simposio,  capaci di sfidare gli dei nella loro autosufficienza. Uomini che gli dei scissero in due, rompendone la perfezione simmetrica. Così, è questo il motivo per cui in Freud prevale la scienza adulta anche se non manca la “follia”, e in Fourier prevale la follia infantile anche se non manca la “scienza”. In tal modo due “verità” vengono intimamente collegate, tanto da designare anche due soluzioni diverse allo stesso problema: quel complesso “edipico” che Freud vuole curare nell’individuo e che Fourier vuole risolvere socialmente eliminando la famiglia.

    Eppure Freud e Fourier non sono speculari l’uno rispetto all’altro, come sembrano esserlo “psicoanalisi” e “psicogenesi”. Per esprimermi chiaramente su questa mia affermazione devo sviluppare due argomentazioni: una che chiamerò filo-freudiana, un’altra che sarà invece anti-freudiana.

    Le conclusioni cui si è giunti nel trattare il problema della doppia-mente, devono servirci a chiarire meglio questo punto che è di fondamentale importanza.

    Facciamo questo semplicissimo ragionamento: nel momento in cui un soggetto (indipendentemente dal fatto che sia doppio, triplo o quadruplo, lui stesso maschile e/o femminile o neutro) si rivolge ad un altro soggetto, lo denota sessualmente, cioè lo identifica dicotomicamente per una sua appartenenza alla classe degli esseri maschili o femminili. Questa assegnazione/designazione è inevitabile nella comunicazione inter-umana (“interpsichica” nella logica dei gruppi - Affektlogik) e costituisce il centro del legame informativo inter-familiare. Inoltre essa è inevitabilmente collegata alla autoidentificazione del soggetto in un determinato “Io”, isolato funzionalmente dal contesto tramite la costituzione della immagine dell’Io. Funzione assolutamente importante per il sistema informativo cui tale attività narcisitica si collega (identificazione visiva). Tale funzione non è invece inevitabile nel linguaggio “interiore” degli oggetti  mentali.

    Immaginiamo ora che un androgino si rivolga ad un altro androgino. Dovrebbe usare, contemporaneamente, due denotazioni: una maschile e una femminile (maggiore e minore, attiva e passiva, ecc.) attivando un doppio registro della comunicazione con livelli di indeterminazione talmente complessi ed “aperti” da collassare il sistema a livello di puro rumore, ovvero a livello di musicalità non-denotativa. Ciò a causa della mancata identificazione narcisistica. Ancora nel canto c’è la sessuazione, ancorché neutra del castrato o del bambino. Solo nelle risonanze armoniche si modulano alti e bassi contemporaneamente. Due androgini potrebbero, dunque, denotarsi e riconoscersi sintonicamente assai bene in una lingua armonico-musicale.

    La comunicazione inter-emisferica (avvenendo fra due emisferi anch’essi dualizzati per le due funzioni della visione e della audizione) presenta gli stessi problemi di assegnazione (duale) di dominanze/sub-dominanze, ma non ha lo stesso problema di sessuazione che si determina nella comunicazione esterna interindividuale. Per ragioni evidenti. D’altronde, a livello neurosomatotopico, cioè nelle funzioni neocorticali, esiste tutto fuorché il sesso[AR38] , per cui non vi può essere sessuazione inter-emisferica, nel senso di avere un emisfero più o meno “maschile” ed uno più o meno “femminile” se non per le funzionalità attive/passive della differenziazione dominante-non-dominante.

    Una mente “androgina” che parlasse ad un’altra mente “androgina” potrebbe non dover scegliere fra “caro” o “cara” nel rivolgersi all’altra mente “androgina”, per la intrinseca natura bi-modale del colloquio intermentale. Invece, un androgino in carne ed ossa, colloquiando con un altro suo simile, o dovrebbe servirsi di una doppia identificazione dicotomica (quattro registri), dicendo insieme “caro” e “cara”, oppure comunicare in inglese come fanno i computers. Anche se una lingua totalmente neutra non esiste fuori dalla matematica.

    Resta il fatto che una mente androgina (grammaticalmente doppia, sia maschile che femminile), per comunicare “linguisticamente” (affettivamente e con “passioni”) e non matematicamente con un’altra mente androgina, dovrebbe usare quattro elementi denotativi, raddoppiando la forma dicotomica di quella grammatica “mono-sessuata alternativa” (maschile o femminile) che, in effetti, semplifica enormemente il linguaggio parlato, anche se non ne risolve la complessità “riflessa”. Senza considerare le notevoli differenze che intervengono quando una lingua, come il tedesco, conservi accentuato l’uso dei tre generi, maschile, femminile e neutro, oppure usi segni ideografici, come il giapponese.

    Ora, a meno che non venga usato un linguaggio matematico o affine alla matematica per purezza simbolica, la comunicazione inter-umana non può escludere la sessuazione dei soggetti interloquenti, ragion per cui la possibilità di una comunicazione totalmente in “mentalese matemico” è sempre confinata in una regione “a-somatica”, “a-topica” o “u-topica”. Insomma in un non-luogo molto simile al musicale Regno dei cieli, al Paradiso dantesco. L’Intelligenza Artificiale mentalizza divinamente  l’uomo “incarnato”, nel suo cognitivismo estremo, quando dimentica questo, anche se ad essa si deve il fatto che questa fondamentale discriminazione (fra linguaggi) possa essere fatta. E su di essa, appunto, ho basato l’analisi della differenza linguaggio/musica, nel capitolo sesto.

    La stessa “follia” di Charles Fourier è tutta compresa in questo impulsivo desiderio di unità che il matema ordinativo (la “pulsione generale”) sembra offrire quando lo si applichi ad una fantasmatica società della mente. Il linguaggio neutro-matematico o armonico musicale soddisfa, fra l’altro, molte condizioni specifiche delle correlazioni inter-emisferiche o inter-mentali, ed è questa una delle ragioni per cui, come abbiamo visto, la teoria fourieriana della doppia mente risulta incredibilmente funzionale. Esso non risolve però la “complessità” (a volte molto elementare) dei sistemi di comunicazione che non soddisfano tale presupposto di linearità per una maggiore incidenza della accidentalità. In questo caso l’esperienza individuale e le circostanze della memorizzazione della stessa giocano un ruolo non rimpiazzabile nella economia psichica del soggetto, in rapporto al contesto ambientale specifico. Inoltre la limitazione del valore informativo del sistema di riferimento autoidentificante (principio di realtà) può ben tradursi nell’indebolimento della funzione supervisiva dell’Io (immaginario narcisistico). Direi che questo è l’argomento filo-freudiano principale. Inoltre ritengo sia anche il punto per il quale si può postulare una conpartecipazione della biologia freudiana a quella di Darwin.

    Cancellare l’Io e il Tu sessuati inter-familiari, singolarità individuali asimmetriche, per affermare solo il Noi e Voi pluralizzati (società), non credo possa mai escludere il limite della propria identità sessuale. Limite che denota sia una serie di necessità e dipendenze biologiche, sia una lacerazione “esistenziale” che la mente non può ricomporre “in modo lineare”. L’esperienza formativa ontogenetica dell’individuo non obbedisce solo a  schemi operativi prestabiliti (filogenetici), ma gioca un ruolo “disordinatore” di ogni categoria proprio per la complessità dei livelli e degli schemi comunicativi che intervengono al di sotto dell’attività auto-organizzativa della mente umana.

    Una supervalutazione dei sistemi lineari porta, enfatizzandosi, a quello che chiamerei “l’estremo di Fourier” (senza distinzione fra Charles e Joseph): l’Unità Universale. Una cosa molto seria, che fra l’altro, è al centro di tutta la filosofia analitica della teoria assicurativa e della teoria delle catastrofi, trattandosi pur sempre di estensioni della teoria della probabilità. Ma l’enfasi uniteistica è essa stessa una catastrofe, sia nel dominio dell’attività psichica, sia nel dominio delle scienze della natura. Vorrei che questo concetto risultasse ben chiaro perché questo problema di “completamento della fisica newtoniana” è quello che “agita le acque” nella comunità scientifica parigina, ancora durante il regno di Luigi Filippo, e costituisce il quadro entro cui leggere la nostra storia. Lo scontro fra sistemisti (o “matesiologi” come diceva Ampère) “armonici” e sistemisti “meccanici” o deterministi, nasconde in effetti un problema di estendibilità informativa del calcolo matemico. Anche se a livello “primitivo” si può già individuare nell’uniteismo quel sogno della “teoria dell’informazione” che, come dice René Thom, è stato “di stabilire un algoritmo che permettesse di valutare la complessità di un sistema, contemporaneamente al suo grado d’organizzazione, con la differenza (écart) ch’esso presenta in rapporto a una struttura “totalmente disordinata”. Algoritmo che esiste solo per le morfologie di dimensione uno: le serie finite di lettere estratte da un alfabeto finito. Per le morfologie naturali - pluridimensionali - un tale algoritmo non esiste e i concetti stessi di complessità, di ordine, di organizzazione, di disordine, non sono in esso definiti”[AR39] . Questo non vuol dire, naturalmente, che tutti i sistemi uniteistici siano identici ed equiparabili, essendo più o meno “aperti” in rapporto al caos o alla variabilità, come con le sue “serie diversificate” (vds. Tavole B1-B2 del § 2) Charles sembra sostenere.

    Nella psicogenesi, un “fantasma” di questo genere (uniteistico), che normalmente appartiene all’inconscio femminile, si ritrova quasi sempre trasvalutato nella immaginazione comunitario-religiosa dell’estasi beatificante. Associato inevitabilmente, quindi, al problema narcisistico della auto-stima e della castrazione individuale (morte dell’UNO come cancellazione della “rischiosa” denotazione individuale) e della rigenerazione pluralistico-polimorfa nel Grande Essere Cosmico dell’Unità universale e della Analogia “permutativa”. Nella clinica psichiatrica il caso più grandioso che presenti, sviluppati e collegati insieme, entrambi questi elementi (essere trasformati in donna e poter avere quindi un rapporto desiderato/temuto con Dio) è quello del Presidente Schreber che non a caso Anthony Wilden, nel citato System and Structure, avvicina ai grandi mistici e ai “grandi filosofi del socialismo utopistico”[AR40] .

    L’esempio dell’”androgino” (che si collega al problema del neutro sessuale, pur così ricorrente in Charles) è utile perché permette di comprendere gran parte di ciò che unisce il linguaggio-pensiero “realistico” e “corporeo” della comunicazione inter-soggettiva basata sul common sense e l’”intelletto generale”, dicotomico, o cartesiano, o “visivo”(legato quindi alla “rappresentazione” corporea e al principium individuationis), che si tiene ben fermo nella identità del soggetto e delle sue proprietà categoriali (Kant insegna), e ciò che, invece, differenzia entrambi questi modi di pensiero da quel pensiero non-dicotomico, o “seriale”, o analogico, che è il pensiero hors lieu, inter-mentale, prevalentemente matemico e a-topico perché simbolico, UNO e DUE insieme. Senza che perciò esso debba essere “folle” necessariamente e neppure “creativo” sempre, in senso poetico-cromatico-armonico. “Il simbolo - come scrive C. G. Jung - non è né astratto né concreto, né razionale né irrazionale, né reale né irreale. Esso è sempre l’uno e l’altro”[AR41] . Il simbolo è il materiale della regione A-topica, come si è visto trattando del Teorema di Charles.

Il mentalismo “androgino” rischia quindi di esasperare il valore di un certo astratto dualismo della comunicazione intrapsichica.

    Il pensiero matemico e “hors lieu” diventa folle quando Si abita unicamente in esso. Ma una non meno grave follia sarebbe, d’altra parte, quella di un Occhio intellettivo che non riuscisse ad ascoltare il “dialogo” inter-emisferico, cioè - per riferirsi alla originalità di Fourier - quella forma di comunicazione matematico-musicale, che mette in sintonia la doppia lateralità della mente umana, e che, in un certo senso, rappresenta la parte sommersa di un iceberg, la cui parte emergente è rappresentata dalla coscienza.

    La struttura del Teorema integrale della Verità indica, in effetti, pur se in modo schematico, la comprensione di questa interdipendenza dei due luoghi costitutivi dell’essere dell’uomo, e, attraverso la geometria di interfacciamento degli stessi, la speranza matematica della loro “reintegrazione” in un nuovo ordine comunitario e “geografico”. È questo secondo punto “trasmutativo”, o rivoluzionario, del progetto fourieriano che si muove in totale controtendenza epocale rispetto alla dominante tendenza industrialista e tecnico-scientifica del periodo storico. Il secolo hard dell’acciaio e della “meccanica razionale” relega il progetto polivalente e soft della “dialogicità analogica” nel Limbo dell’improprio sogno del fantastico, o addirittura nel dominio della follia, della magia alchemica, del tribalismo primitivo, della narcosi deliquiale. Lo consente, quando lo consente, unicamente nel campo dell’arte e della poesia.

 

      Le due facce di Fourier.

     

      Anche se non si chiarisce completamente la natura dei patemi “infantili”, nella biografia di Charles (fatti di famiglia), un punto ora si può chiarire meglio, tornando alla Lettera al Gran Giudice del 1803. La segreta collaborazione, seriale e ponderata, con Joseph rientra in un piano meglio comprensibile che aiuta ad interpretare l’intreccio che lega l’opera dei due “cugini”. Difatti in questa Lettera, che ho già citato per i dati biografici, Charles fa alcune affermazioni che illuminano risvolti interessanti dei suoi progetti scientifici. Punto per punto, egli dice:

·     “Io ho scoperto il calcolo matematico dei destini (je suis inventeur de calcul mathématique), calcolo su cui Newton aveva messo le mani e che non ha neppure intuito: egli ha determinato le leggi dell’Attrazione materiale e io, quelle dell’Attrazione passionata, alla cui teoria nessun uomo prima di me era pervenuto”;

·     “L’attrazione passionata è fissa come la fisica”;

·     “Stando alla mia intenzione di non comunicare il fondo del calcolo (“le fond du calcul”), il governo avrà ogni assicurazione su tutto ciò che ne potrò divulgare”, lasciando solo a Napoleone la facoltà di applicare, per sua gloria, i calcoli e instaurare l’Armonia universale;

·     L’annuncio della scoperta non toglie nulla alla sicurezza del governo giacché “i curiosi si romperebbero la testa nel voler penetrare ciò che io lascio in sospeso. Se non si possiede il filo di Dedalo, ogni fatica sarà inutile. D’altra parte, non vi sono sul globo due persone che abbiano il tatto per problemi d’attrazione passionata; problemi che sono troppo desolanti per la loro immensità e la loro sconcertante semplicità”[AR42] ;

·     (e però, solo qualche riga prima, s’era detto che, data la precaria salute, lo scopritore aveva deciso di “dare l’onore degli accessori ai fisici e naturalisti”).   

    Dunque, sia Charles che Joseph si aspettano (è quel che palesa Charles negando che vi siano due persone capaci di ciò) da Napoleone la realizzazione di quell’Armonia universale che è nella loro comune filosofia “illuminata”, chiamata ora attrazione passionata ora fisica universale. A nessuno, fuorché a Joseph, naturalmente, è stata rivelata, da Charles, la sconcertante semplicità (“effrayante simplicité”) del calcolo armonico (l’illuminazione del 1799). Così avviene anche che Charles conosca la  desolante immensità dei calcoli (“désolants par leur immensité”), per la parte fisico-matematica dell’attrazione, parte che deve essere rientrata nella comunicazione collaborativa condivisa con Joseph.

    Il pensiero “analogico” di Charles ha svolto una sua parte importante nella fondazione del pensiero seriale. Senza le conoscenze e l’intuizione di Charles neppure le matematiche seriali sarebbero maturate pienamente in Joseph. Una chiave è passata dalle mani di Charles in quelle di Joseph. Quale? “Le fond du calcul” ovvero il filo di Dedalo (sic!) del calcolo seriale “universale”: Charles lo dice chiaramente. Ora è questo fond du calcul che è oggi introvabile. Avrebbe occupato non più di tre pagine grandi come quelle del Moniteur, si dirà successivamente. Il Teorema integrale della verità è collegato certamente a questo calcolo fondamentale ma non è la stessa cosa. Nel calcolo introvabile si producevano sicuramente delle elaborazioni sulle serie armoniche e sui principi della diffusione cosiddetta “ondulatoria”. Ritengo di poter affermare, con fondamento, che il calcolo in questione sia proprio legato a quella scoperta, matematico-musicale, che abbiamo chiamato Base del Calcolo Seriale (BCS) (§§ 1 e 2). Calcolo che si integra così bene con i  principi fisici enunciati dallo stesso Joseph nel suo scritto sulle Velocità virtuali, ma che non è contenuto in quello scritto, mentre si ritrova nel calcolo seriale che è sviluppato nella prima, manoscritta, Memoria sulla Teoria del calore (1807). Ed abbiamo visto che, nel 1803, è proprio questo fond de calcul che Charles si dichiara disponibile a comunicare, in parte, ai “sapienti” interessati.

Se consideriamo che la teoria matematica della conduzione termica, enunciata da Joseph, è “interamente fondata sull’idea che il calore si potesse concepire come un fluido trascorrente nei due sensi fra corpi diversi ... come risultato di rapporti puramente geometrici”[AR43]  (Cassirer), non deve apparire strano che questa idea fosse, più o meno, l’idea madre che Charles formula, come abbiamo visto, quando analizza i legami attrattivo-armonici, sin dal 1803.

 

    Qualcos’altro però Charles deve ever detto a Joseph. Un sottinteso esistenziale, immagino, del tipo: “Noi saremo riconosciuti per quel che siamo realmente solo quando non ci sarà che una stessa scienza fra di noi”.

    Cosa che avrebbe richiesto non poche piroette e mutamenti nella definizione del termine “scienza”, e, soprattutto, che non si parlasse di una scienza, seria e ufficiale, magnificata dall’Accademia e di una seconda scienza, gemella rivoluzionaria della prima, confinata nei granai dei sottosuoli della oscura clandestinità. Come, in modo pittoresco, Victor Hugo rappresenta il caso, dopo qualche anno.

    Se i due Fourier sembrano appartenere a due mondi che si contrappongono antiteticamente, non così è per i due Fourrier. “Fourrier” è il modo, con la erre raddoppiata, con il quale entrambi i Fourier (con altri membri familiari) si firmano e si fanno chiamare normalmente[AR44] . È intorno al 1808 che il nome “Fourrierdeclina e appare costante, sia per Charles che per Joseph, il nome “Fourier”. “Fourrier”, oltre che furiere, significa anche “precorritore dei tempi”, “anticipatore di idee nuove” o “inventore”. Potrebbe anche richiamare una radice patrilineare che non risalga all’aristocratico e venerabile Pierre Fourier de Mattaincourt, canonico agostiniano morto nel 1636, che entrambe le famiglie Fourier si pregiavano di includere nel proprio albero genealogico. Ma questa ipotesi non è molto interessante e non esclude che anche i de Mattaincourt  fossero dei “Fourrier”. Più intrigante è la coincidenza cronologica con la quale sia Charles che Joseph divengono dei Fourier.

    Fuori dai vincoli di parentela , comunque, la prova del rapporto, “interfacciato”, fra Charles e Joseph è  informatizzata, è cioè consegnata alla “matematica”: il parallelismo armonico fra il Teorema della verità di Charles e il Calcolo seriale di Joseph è registrato nella ricorrenza algoritmica di un Sistema che è lo stesso in entrambi, pur se con svolgimenti ed applicazioni in parte diversificati. Questo progetto matemico è fondato - se non fosse ancora chiaro - su un rovesciamento armonico-trasformativo della struttura psicogenetica (e cosmo-grafica) dell’uomo e si traduce semplicemente nel passaggio da una geometria monodimensionale della elaborazione simbolica retta dalla legge della “causalità stretta”(catena: Dio® Re® Padre® Io - Dove la causa è sempre maggiore dell’effetto) ad una geometria polifonica e multidimensionale sviluppata per seriazione integrale (retta da leggi dissipative e morfogenesi ingarbugliate - ma a mantenimento di unità (cfr. R. Thom)-, “causalità interferenti e complementari”). Sommariamente uno sviluppo “fuzzy” di questo tipo:

 

 

 

    L’armonia rappresenta il punto di doppio equilibrio fra l’Io e Dio, inoltre segna la fase intermedia della serie in cui tutto è Io e tutto è Dio [Tutto è ogni parte e ogni parte è tutto]. L’armonia è, matematicamente, una funzione immaginaria che concentra questo doppio equilibrio degli opposti. È il doppio paradiso[AR45]  intermedio che unisce sia l’Origine che la Fine della Serie. In una prospettiva cosmologica, sorprendente per la sua attualità, che vede il caos sia all’origine che alla fine del percorso d’onda, l’armonia rappresenta la conciliazione di due speranze: quella del passato ritrovato e quella del futuro anticipato. Contemporaneamente realizza il sogno di un tempo con-ciliato a se stesso, cioè di un tempo ingarbugliato intorno a se stesso, non più lineare e irreversibile ma con-fusionario. Realizza l’unione contemporanea del Paradiso (beatitudine) e dell’Inferno (godimento).

    In verità, questo completamento, non saprei se definirlo come una esaltazione del “sogno” di d’Alembert oppure come il “suo” collassamento. È di certo un progetto fisico-matematico che svolazzava sul non ancora (rigorosamente) enunciato secondo principio della termodinamica, come una farfalla permutativa; come fosse una giocata di dadi che volesse cancellare la legge della irreversibilità del tempo. Vero anche che l’”armonicismo”, con il suo modello di sistema che potremo senz’altro definire “aperto” e tendenzialmente panorganico, poneva il problema della creatività/increatività del tempo su basi che, in un certo senso, non rientravano nella classica definizione di entropia termomeccanica dei sistemi “chiusi”[AR46] . Ma tutto ciò non era, in quel momento, affatto chiaro; e però era già argomento di serrati confronti all’interno degli ambienti scientifici parigini, e proprio a proposito della Teoria analitica del calore. Arago lo dice chiaramente, facendo l’elogio postumo di Joseph, “le génie d’un second Newton”, e sottolineando come lo studio della trasmissione delle onde caloriche fra i corpi aprisse un nuovo campo di indagine da affiancare alle classiche formulazioni dei fenomeni gravitazionali.

    L’unità del progetto di Charles e Joseph Fourier sta, comunque, esattamente in questo comune credo “armonico”. Un accostamento così stretto fra i due mi obbliga, d’altra parte, a chiarire che mentre l’opera di Joseph ha integrato aspetti analitici sempre più numerosi, in una conformità crescente ai dettami sperimentali del “realismo” fisico dell’epoca, la speculazione di Charles resta sino alla fine astratta e “matemica”, rivelando il suo limite di immaterialismo insiemistico, non solo per il suo mentalismo accentuato, ma per la privilegiata visione psicogenetica del Mondo (che segnala una perdurante fedeltà al messianismo mistico-ermetico). Mentre Joseph si è adeguato sempre più alla realtà e alla “scienza” dell’Accademia, compromettendosi anche politicamente, Charles si è sempre più discostato da questa via, sino alla estremizzazione della sua “saggia follia”, come almeno ci viene descritta da Félix Cantagrel in Le fou du Palais-Royal[AR47] . Quadro pittoresco di un Messia sociale in cerca di uno sponsor facoltoso che finanziasse il suo modello di Comunità armonica. Segno maggiore, dico io, di una perdurante richiesta di “interfaccia” (o interlocutore) realistica, condizione necessaria e sufficiente per il decollo del “matema bi-composto” dell’Armonia universale. Il “regista sociale” o il Dio nascosto dell’operazione è sempre lui: Charles Fourier.

    Per la prima volta, però, come videro gli adepti della Scuola societaria, nella storia dell’economia politica, il Denaro poteva comperare il Divino e riscattare l’Uomo dalla sua Caduta. Un altro bizzarro fourierista, Grandville, nel suo satirico e geroglifico capolavoro, Un autre monde (1844), così traduceva la cosa:

    “L’uomo che possiede insieme: la Papillonne, la Composite, la Cabaliste, diventa per diritto onniarca. Noi procediamo a passi da gigante verso una onniarchia. Chi sarà onniarca! Ecco il problema. Tutto quel che so, è che gli uomini possono essere felici solo nella onniarchia. Quando ci saremo arrivati, lo stesso globo si metterà all’unisono con l’umanità”[AR48] .

    Il credo della onniarchia è un credo della comunicazione globale: tutti tendono a tutto perché tutto è in tutti. Ci sarà un solo Globo perché, insomma, il Mondo della Vista e quello dell’Udito diventeranno un Unico Mondo. Possiamo intuire cosa significasse.

 

   Grandville, Freud e il “Mondo a testa in giù”.

 

 Grandville ha capito di Fourier quello che invece sfugge a Freud della “psicogenesi”, nella analisi dei fattori determinanti della sua formazione. D’altronde il riferimento è tutt’altro che improprio, se si considera con quale insistenza Freud si sia ingegnato nel collegare il mondo della fantasia, dei sogni, delle visioni e delle utopie, a disturbi funzionali dell’investimento libidinale in rapporto a tutta la realtà o a parte della realtà. Mi spiego, pur nei limiti di una argomentazione che capisco quanto possa essere restrittiva, nel modo che propongo.

    In un breve e denso scritto del 1911, Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico, Freud si occupa in modo esemplare di “psicologia genetica”. Al centro delle nevrosi c’è sempre, egli dice riprendendo una osservazione di Pierre Janet, una perdita de la fonction du réel.

Il principio di piacere, regolato da processi psichici arcaici e primari “residui di una fase di sviluppo nella quale essi costituivano l’unica specie di processi psichici”, non si sottomette, in questo caso, ad una serie di progressive limitazioni,  che sono altrettante disillusioni patite in ragione dell’adattamento ambientale alle condizioni che determinano la realtà esterna (principio di realtà). Il valore di questi due principi nella teoria freudiana delle pulsioni è arcinoto. Ma qui Freud aggiunge qualcosa di più significativo: premesso che ricognizione ambientale, attenzione, annotazione, memoria e rappresentazione comparativa del vero e del falso, dipendono dallo sviluppo degli organi sensoriali e dalla affermazione del principio di realtà (“realtà” sensorialmente una), enuncia una sua tesi sulla natura del pensiero come differimento di scariche motorie prodotte originariamente dal dominio del principio di piacere.

    Il nocciolo della sua argomentazione dice: “Il pensiero fu dotato di proprietà che resero possibile all’apparato psichico di sopportare l’aumentata tensione degli stimoli durante il differimento della scarica. Esso è essenzialmente una azione di prova, accompagnata da spostamenti di quantità piuttosto piccole d’investimento energetico, con un dispendio minimo (scarica) di esse. Per ottenere ciò era necessario il trapasso da investimenti energetici liberamente spostabili a investimenti “legati”, e ciò fu reso possibile mediante un innalzamento di livello dell’intero processo di investimento. Il pensiero in origine era probabilmente inconscio in quanto si elevava al di sopra della mera attività rappresentativa e si rivolgeva alle relazioni tra le impressioni provenienti dagli oggetti, né acquistò ulteriori qualità, percettibili alla coscienza, finché non si collegò ai residui di rappresentazioni verbali”[AR49] .

    In queste poche righe si trova enunciata la tesi del pensiero come sublimazione della pulsione. Lo sviluppo del pensiero e la formazione della psiche dipenderebbero unicamente dalla instaurazione di una economia di investimenti legati basati sulla procrastinazione (organizzata) della scarica. Arrivando, al limite, ad una equazione del tipo: “ il “piacere” sta alla scarica come la “realtà” sta alla procrastinazione della scarica”. Ancor più schematicamente, si può dire che ci troviamo di fronte ad un elementare “pulsantema bi-fasico”. Il Sistema nervoso (umano?) è considerato piuttosto come una unità cellulare anzicché come una bi-universalità assembleare, d’altronde in sintonia con le prospettive “positiviste” della biologia del cervello, che non si discostavano molto dal modello cartesiano.

    C’è una forte ripresa della teoria riflessologica dell’organismo-cellulare, come è stata sviluppata dalla biologia dell’Ottocento, non c’è una stima adeguata del processo neurocomputativo che tenga invece conto della complessità del sistema informativo e formativo, già per le funzioni “pulsionali non legate” del gioco, della fantasia infantile, dei linguaggi non “annotativi” e non predativi della rappresentazione visuista. C’è trascuratezza per i linguaggi cromatici, la musica, la ritmicità, eccetera.

    Come è noto, in Al di là del principio di piacere (1920), Freud ha stemperato questa sua posizione, in quella che è stata chiamata la “seconda topica”. Come ha notato Jacque Lacan, in questo scritto compare il concetto di conpulsione a ripetere o di “insistenza”, automatismo di ripetizione (Wiederholungszwang), che si lega al concetto di centro organizzatore di un cervello in quanto organo-tampone fra la realtà e l’uomo[AR50] . Ma, malgrado la configurazione di un “terzo polo” (Lacan), è riconfermata sia l’assoluta centralità della coazione esterna, selettiva in senso darwiniano,  sia la estendibilità a tutte le forme di vita organizzata (uomo compreso) del meccanismo riflessologico della “vescichetta primordiale”, con la conseguenza di tornare a negare la possibilità di una pulsione interiore di tipo creativo, ovvero modulare, interna al “sistema” biologico, non riconducibile a devianze “psicogenetiche” dell’investimento libidico-narcisistico dell’Io del soggetto. Insomma, Freud non riesce ad ingoiare l’idea che nella mente umana ci sia un supercomputer (meglio sarebbe dire una rete enorme di moduli computativi, o un sistema -di-sistemi), sub-posto all’Io e interposto fra l’Io del soggetto e la “realtà”. Così, di fronte al fenomeno della creatività (biologica e ancor più “mentale”) ripropone sempre, o quasi, il meccanismo interpretativo della “psicogenesi”, con ragioni adeguate al 50% in genere, ma con un oscuramento cognitivo del restante 50%. Non voglio dire che la cibernetica e la neurocomputazione abbiano chiarito definitivamente questo problema (in realtà Freud ha tutte le scusanti storiche), ma, perlomeno, l’hanno messo in chiara luce.

    Gli studi edeguati della psicologia genetica e sperimentale, della neuropsicologia, della biologia “genetica” e della psicologia neurocomputativa, non erano stati ancora prodotti, si dirà a discolpa del genio analitico di Freud, che, per fortuna, si è spesso contraddetto, sull’argomento, quando si è occupato clinicamente della “psicogenesi”. È altresì vero che già era stato prodotto, in modo peraltro confuso e in un contesto “patologico”, un pensiero che prevedeva ci fosse una terribile complicazione nel collegamento realtà/mente quale emerge dalla definizione dei due principi dell’accadere psichico. Fuori dal dualismo filosofico “cartesiano”, era stato enunciato, un secolo prima, il 3° principio dell’accadere psichico, come definirei quel matema computativo rappresentato, per Fourier, dalle tre passioni matematiche o patematiche, come le chiamava Alfred Jarry. La funzione meccanizzante del “matema” è quella di una bilancia (o di un nodo compositivo) che non è riconducibile alla lingua dell’interscambio fra la regione governata dal principio di realtà e quella governata dal principio di piacere (ovvero lo è solo trasversalmente). Senza di ciò se ne perderebbe la centralità, la natura nucleare e costitutiva, la sua particolare topica onniarchica e la sua motricità dinamico-computativa (specificità della “mente” umana). Non si comprenderebbe insomma quale è la natura della “sua” Energia creativa che è intermedia per eccellenza e onniarchica. “Onniarchica” significa: che regge ogni cosa, e anche che dà origine a ogni cosa, anche quindi al principio di piacere (che invece per Freud è all’inizio). Ma attenzione, perchè dicendo che il tutto è prima si è già ricaduti nella viziosità della “psicogenesi” totale!

 

    Con qualche speranza di aver in parte chiarito questo punto del nostro argomento “anti-freudiano”, torniamo ora alla figura, così amata da Fourier, di Cristo-foro Colombo: si sa che il grande Marinaio (al pari di “Ennius Cyrano”, che, per essere “vapeur” viene dopo James Watt) scoprì un continente “nuovo”, un Altro mondo, per essersi mosso in “contro senso”, cioè avendo rovesciato una rotta abitualmente seguita nell’interscambio commerciale fra l’Occidente e l’Oriente.

    Quale è dunque il “nuovo continente” che Ennius Cyrano ha scoperto nelle sue esplorazioni topologiche? Non ha scoperto l’Inconscio, poiché il merito di tale navigazione resta inconfutabilmente a Freud. Cosa ha dunque scoperto?

    Ha scoperto la vera ubicazione della Nuova Atlantide. Colombo si è mosso in parallelo, Fourier si è mosso in longitudine, non però nel senso tradizionale, per l’europeo nord-emisferico, che immagina l’Antartide nell’opposto polo meridionale. Si è mosso perciò, in modo rivoluzionario, anche rispetto a Bacone, dal sud-emisferico “minore-cosmico” verso il nord-emisferico “maggiore-cosmico”. In effetti il sistema planetario è disposto su un piano virtuale. E, su questa rotta, Fourier-Cyrano ha scoperto quel principio della “attrazione universale armonica” che era stato sfiorato e però mancato da Newton. Ancora una allusione, quindi, al Teorema integrale della verità. In definitiva, possiamo dire, che Fourier-Colombo ha capito che bisognava partire dal Vecchio Mondo dell’Orecchio per entrare nel Nuovo Mondo dell’Occhio e non procedere invece al contrario: bisognava dunque rovesciare (“renverser le monde à rebours”) il modo di vedere il Globo, bisognava ascoltarlo e vederlo.

    Ricordo che, ad un romano che lo interrogò, Cristo rispose: “La Verità non si trova né in terra né in Cielo, e tanto meno fra il cielo e la terra”. Il nuovo credo “armonico” dice invece: la verità si trova sia in cielo che in terra. Ancora una metafora? No. Perché il problema è direttamente di “mensura et proportio”: un problema geometrico che riguarda sia la questione del Centro del Mondo, sia quella della sua polarità, sia quella della Globalità. Detto in altre parole, si trattava delle operazioni necessarie per mettere in armonia la meccanica terrestre con la meccanica celeste. Nel testo che segna la sua adesione al fourierismo nel 1840, De l’Humanité, Pierre Leroux si sofferma appunto sul perché “la terre n’est pas hors du ciel[AR51] .

    Grandville su questo stesso punto, con la sua doppia lingua, ancora una volta dice qualcosa di interessante: il Mondo rovesciato attuale è controsenso perché visto da Nord (alto) verso il Sud (basso). Per poter vedere veramente il Mondo, bisogna mettersi a testa in giù, con la testa in basso, cioè rovesciare l’ordine video-uditivo, partire cioè dalla mente audio-tattile. Partire dall’Orecchio per arrivare all’Occhio e non viceversa. A lungo l’ipotesi neo-atlantica della ricerca baconiana ha fallito la meta perché si è mossa in contro senso, cercando “a sud” un’isola della scienza e non “a nord” il polo-rettore-maggiore dell’attrazione, l’Atlantide iperborea. Finalmente l’Autore della teoria delle passioni, “l’inventeur non breveté” della scoperta, è arrivato per rimettere le cose nel loro ordine naturale. L’armonizzazione del monde à rebours sarà conclusa quando “Una aurora boreale trascinerà un bel giorno i ghiacci del polo nell’oceano, che cesserà immediatamente d’essere salato, e si metamorfoserà in sorbetto al limone”[AR52] . Peccato che Marx abbia confuso (e anche cercato di conciliare! Come ha opportunamente notato Colletti, in pagine inflessibili[AR53] ) questa attesa permutativa che consisteva nel raddrizzare la realtà fisico-sensoriale di un Mondo a testa in giù con un fenomeno di rovesciamento rivoluzionario dei rapporti sociali esistenti! Il rovesciamento del mondo capovolto era soprattutto un evento prospettato dai “geografi” armonicisti, non era quindi un fatto politico, se non indirettamente. Era un evento di fisica generale legato alle estensioni armoniche della meccanica ondulatoria, cioé alla fisica dell’Orecchio estesa alla fisica del Fuoco!

 

    Grandville è molto scettico sul fatto che possa darsi, nel nuovo ordine fisico, una trasformazione per cui “i crimini saranno aboliti e non vi saranno che passioni” come vorrebbe il signor Puff-Fourier. Infatti egli recita il De profundis sia del vecchio che del nuovo mondo, lasciando solo alla poesia il privilegio della illusione permutativa, e al mondo “fisico” la catastrofe prossima ventura.

    Baudelaire non credo si sbagli quando defisce come malizioso e contorto lo spirito di questo caricaturista-filosofo, che si è mosso “per gran parte della sua esistenza sull’idea generale dell’Analogia”[AR54] . Ma la matita, “semifolle”, del caricaturista dice, associativamente, alcune cose assai singolari.

    Un autre monde è un libro a chiavi, ricco di logogrifi e di perfetti rebus che, soprattutto all’inizio e alla fine del testo, alludono enigmaticamente ad una vicenda, misteriosa a metà, su cui è costruito tutto il percorso illustrativo e narrativo del capolavoro del grande caricaturista.

 

  Il logogrifo, che alla fine del libro “inizia” alla interpretazione del testo, raffigura una stele egiziana in cui compaiono cinque icone principali: in basso un personaggio maschile in redingote con accanto il numero “7”; sopra, due scene, di cui una ricorda una cerimonia propiziatoria cristiana, l’altra una cerimonia “infernale”; quindi una semi-figura seduta, anch’essa apparentemente maschile, visibile solo a metà nella parte destra della stele. Questa figura divisa tiene nel suo braccio sinistro un libro che, esso solo, è rappresentato nella opposta parte semi-laterale della stele. In cima a tutto una “A” (una A-grande), con un segno “+” sopra, che sovrasta la scritta “MARS” (marzo e/o Marte, Dio del fuoco), quindi, più in basso, una “A” senza il segno “+”.

  Il rebus, che non è un sogno da interpretare psicoanaliticamente, si scioglie se nella figura disegnata in basso si riconosce Charles Fourier, nato a Besançon il 7 aprile 1772, nella figura in alto Joseph Fourier, nato a Auxerre il 21 marzo 1768. Il mese “astrale” è lo stesso, e la relazione alla centralità del fuoco è nella cosmografia degli interessati. Ma, al di là della coincidenza zodiacale, vi è una singolare analogia con quel che sinora si è scritto della “alleanza” fra i due Fourier. La concordanza diviene ancora più chiara se si leggono le pagine, introduttive e conclusive al criptico libro di Grandville, identificando le identità dei tre personaggi simbolizzati dalla “Matita”, dalla “Penna” e dal “Temperino” che introducono ed escludono il viaggiatore-lettore dalle analogie dei labirinti zoo-metamorfici e dei geroglifi di quel Paese delle meraviglie che è l’Altro Mondo. La Penna rappresenta Joseph, la Matita Charles, il Temperino un fantomatico signor “X” che si intromette fra i due, ora con funzioni sovraordinate, ora con funzioni subordinate di “segretario” o di intercettore di messaggi scambiati fra i due attori principali.

    Siamo al primo capitolo. La Penna, con “ses barbes blanches”, e la Matita, dalla “tête mince et effilée”, si accordano su come dividersi il peso e gli onori della esplorazione di un “mondo che attende il suo Cristoforo Colombo”. Siamo all’inizio della storia ma i personaggi sono già vecchi. Ad un certo punto, però, Charles-la-Matita dichiara alla Penna: “le vostre inspirations non mi bastano ... sono stato sinora troppo modesto, è tempo che l’universo impari a conoscermi. Da oggi prendo io la CHIAVE DEI CAMPI, “la clé des champs” (si tratta dei campi emilaterali che la magia degli specchi rivela, e la cui chiave è necessaria per entrare nel mondo della analogia e delle sue simmetrie - si riveda la vignetta del frontespizio -); voglio andare dove mi condurrà la fantasia; pretendo di esser guida di me stesso: viva la libertà”.

    In risposta a queste parole, Joseph-la-Penna “getta il suo bonnet ai mulini”, cioè abbandona le sue idee rivoluzionarie accusando la Matita di ingratitudine. “Chi ti ha introdotto - dice - nel santuario degli spiriti eccelsi?” Per la tua ingratitudine ci sia una giusta gomma abrasiva!

    Sin qui si può parlare di una ricostruzione elementare dei rapporti Charles-Joseph per il periodo 1797-1803, grossomodo.

    Succede, a questo punto, qualcosa che è difficile riscontrare nella narrazione dei fatti storici quali li abbiamo sinora ricostruiti.

    Charles, scontratosi con Joseph che teme un suo “pellegrinaggio di innumerevoli quaderni” ( il GTP, ?), si rivolge al Temperino che già era stato chiamato in aiuto in una precedente occasione, e a questo enigmatico signor “X” propone una nuova associazione che garantisca, a Charles libertà di indagine e navigazione nel “nuovo mondo”, e alla controparte l’esclusività della rielaborazione del materiale scoperto. Precisamente, la Matita dice al Temperino: “Tu coordinerai i materiali che avrò raccolto nelle mie escursioni; tu sbroglierai il caos su cui spazierà il mio spirito; tu formulerai giorno dopo giorno, dispensa dopo dispensa, la Genesi dell’universo che io avrò inventato ...”[AR55] .

    A questo punto il Temperino da personaggio sovraordinato sia alla Penna che alla Matita, diviene “segretario” della Matita, cioé elemento subordinato. L’elemento sovraordinato rimane ancora indeterminabile, ma si sa invece che dopo il 1822, Charles ebbe come “segretario” (ufficiale) Just  Muiron, un fedele “illuminato” - come lo definirà Proudhon -, affiancato successivamente da Victor Considerant (ancora un “politecnico”!).

    La inclusione di Charles fra due corrispondenti, disposti l’uno a monte, l’altro a valle, mi sembra la cosa più interessante che sia svelata da Grandville. Con l’implicita affermazione che entrambi i due corrispondenti soddisfano gli interessi speculativi di Charles-la-Matita. Questo è detto nella parte centrale del suo libro, quando si parla dei doublivores bicefali che mangiano davanti e di dietro. L’arcano non è così difficile da sciogliere, in quanto le “ricerche” di Charles (e per questo verso anche di Joseph) interessano molto, per la loro natura “neo-illuminata e armonicista”, un interlocutore che è a monte, e che è rappresentato da personaggi influenti del mondo scientifico e politico, d’altra parte a valle, l’interesse per la sua opera soddisfa le aspettative del Charles “rigeneratore sociale” e teorico dell’associazionismo agricolo-industriale. Grandville lascia intendere, inoltre, che il doppio Temperino temperasse la doppia Matita ora come sovraordinato e ora come subordinato, ma che sempre dello stesso Temperino si trattasse. Producendo quello spettacolo meraviglioso della “dualità fenomenale rivelata da alcuni filosofi incompresi” (p. 115).

    Charles si è dualizzato sempre più, soddisfacendo sia una sua esigenza di duité che era centrale nella sua filosofia, sia, a livello pulsionale, il meccanismo “psicogenetico” dell’irrealismo visionario rielaborativo. Ma il rafforzamento e la “istituzionalizzazione” di questa dualità è stata, per così dire, ordinata e canalizzata, più o meno scientemente, da un doppio uso “sociale” che di essa dualità veniva fatto. È così che è potuto succedere che ci sia stata trasmessa ufficialmente, di Charles Fourier, solo la sua  faccia di visionario-socialista, mentre la sua opera di “savant” non è lì dove lui è. Che vuol dire questo? Chi si è appropriato dei risultati delle sue “peregrinazioni”? Chi li ha usati, questi risultati, o non li ha usati? Chi ha diffuso oppure distrutto le risultanze di una così singolare alleanza intellettuale? A questa domanda si può dare solo una risposta: il Signor “X” è un Altro, più o meno collettivo (la “A-grande con il “+” che sovrasta tutto) che occupa la funzione sovraordinata più elevata. Non deve aver capito sino in fondo il progetto iniziale dei due-Fourier (Pu-FF, come si chiama il personaggio nato dalla unione della Penna e della Matita) perché lo ha letto in una logica “parziale” e periferica. Logica di Potere, di “Loggia” o di “Accademia”, che fosse, vedremo che non è tanto importante la precisazione di questo elemento. La scuola societaria poi, per sua buona grazia, ha fatto il resto come si voleva essa facesse, per la parte subordinata.

    Il Signor “X” in quanto interprete era stato informato, comunque, dalla Matita (da cancellare), cioè dal Fourier “subordinato”, che egli aveva nascosto il “Sistema non sbrogliato” (cioè ancora nel suo caos visionario) anche nelle parti dell’opera date al pubblico dell’altro Fourier. Sistema, come abbiamo visto, nascosto e “segretato” (meticolosamente) fra quelle carte che, non tanto fiduciosamente, il “non folle-folle” doppio Fourrier rilasciava al suo “segretario” vero/falso a lui subordinato.

    Su questo punto, però, bisogna prendere le parole di Grandville con le pinze, e capire quanto lui stesso si sia ingannato e abbia lui stesso ingannato.

    Tecnicamente, l’ipotesi di un raddoppiamento nelle relazioni che Charles intrattiene con un referente sovraordinato e con un altro referente subordinato, non mi sembra impossibile. Sicuramente è nel suo universo mentale, perché c’è cresciuto dentro, coerentemente al consolidarsi delle strutture “psicogenetiche” della dualizzazione. Problema più complesso è stabilire se si tratta di fatti storici oppure solo di una sua affabulazione, che lo stesso Grandville avrebbe potuto sentire, raccontata dalla viva voce di Charles, che per svariati anni (1826-37) ha conclamato le sue impressioni e le sue idee al piccolo pubblico (Grandville compreso) che lo circondava, nel quotidiano appuntamento pomeridiano all’interno dei giardini del Palais-Royal.

    Se Charles ha raccontato qualcosa del genere, se ha inoltre chiarito, di sua voce, alcuni rapporti suoi con i savants dell’epoca, allora non si capisce perché di ciò non vi sia traccia nei suoi scritti e nelle sue carte, a meno che non ci sia stata una scrematura delle stesse o una segretazione volontaria dei fatti. Ipotesi entrambe plausibili. Grandville riporta perciò delle “voci” che circolavano comunque e che in massima parte provenivano dallo stesso Charles. Il quale, però, per quanto grafomane, non sembra aver messo neppure un rigo su carta a questo proposito.

    Torniamo perciò al punto di partenza. L’ipotesi che una mente, qual quella di Charles, potesse essere usata come una sorta di server, o di mainframe, mi sembra del tutto in linea con il quadro illustrato da Grandville e che, prima ancora della mia lettura di Un autre monde, ho ritenuto tanto attendibile quanto dimostrabile, pur se lungo una complessa via argomentativa. In sintonia, inoltre, con la sua ipertrofica funzionalità accatastatrice di banca-dati mentale. Una mente-computer analogica come quella di Charles poteva essere usata da qualcuno, ma questo qualcuno, capace di rielaborare a sua volta i calcoli analogici “sbrogliandoli dal caos”, doveva utilizzare una intelligenza analitica, in questo, più sistematica nel rapporto con la mente analogica asservita.

    Ora, una cosa del genere, apparentemente, la poteva fare chiunque avesse più analiticità di Charles, cioè quasi tutti quelli che hanno avuto a che fare con lui, visto il suo, conclamato, basso (“minore”) livello di analiticità. E, questo qualcuno poteva ricevere delle risposte congruenti. Forse che lo psicoanalista non impara moltissimo dalla elaborazione “analogica” e simmetrica (Matte Blanco) del pensiero schizofrenico?

    Certo il caso di Charles è straordinario, perché riesce ad essere  analitico e sistematico egli stesso (con se stesso), e a dialogare “in fa maggiore” (asimmetricamente, quindi) con quella sua altra mente analogica, senza che i circuiti assonali del corpo calloso inter-emisferico vadano in tilt. Possibilità, questa della dualità interemisferica messa in accordo minor-maior, tutt’altro che stravagante come abbiamo visto (§ 6 La doppia mente), anche in situazioni di dualismo psicogenetico. Possibilissimo che tale eccezionalità, nel potenziamento delle sue facoltà compositive (emisfero destro) senza sofferenza delle facoltà coordinative interne al sistema-mente (emisfero sinistro), dipendesse da una predisposizione naturale (comunque l’anatomia del cervello non presentava anormalità, come accertò una autopsia). Tale predisposizione non sarebbe stata utilizzata adeguatamente senza l’influenza di una educazione e di una teoria “armonicista” che, a scrutare bene, si trova anche in Brillat-Savarin (oltre che in Joseph Fourier), collegata all’interesse per la frenologia di Gall[AR56] . Armonicismo sistematico che Charles porta alla massima estensione possibile, entro il quadro del suo Teorema integrale della verità.

    Tutto lascia ritenere che la “follia” di Charles consistesse esattamente, come abbiamo visto, in questa supervalutazione della funzione rielaborativa della sua mente “matemica”, ordinata a più livelli compositivi. Che lo si sfruttasse “cognitivamentein più modi, mi sembra un fatto di corrispondenza connessa, un fatto del tutto interpolabile all’interno di una visione uniteistica e armonicista adottata dal “sistema centrale”, cioè dal primo interessato. Forse che Charles non voleva essere sempre al centro del Sistema? Quel centro “matematico” in cui egli si sente UNO e non DUE. Bisogna considerare che il suo apparire agli altri come duplice era per egli stesso un fattore di stabilità psicologica e di equilibratura: significava la convalida della sua posizione di foyer bilanciatore degli estremi opposti cui le sue due facce guardavano come a due direttrici divaricate. Ora, ritengo, non vi sia nulla di strano se si collegano tutti questi riscontri entro il quadro di un progetto neo-enciclopedico più o meno “scientifico-illuminato” con caratteristiche sia di circolarità rielaborativa delle teorie, sia di parziale anonimato dei ruoli configurati all’interno della stessa rete circolare. Rete, entro la quale la posizione di Charles veniva ad occupare una posizione sicuramente eccentrica proprio per la sua centralità insieme dichiarata/non-dichiarata.

    Una disposizione “a-topica”, questa della “en-ciclicità ingarbugliata”, che già qualche anno dopo la morte di Charles appariva però sotto una luce del tutto nuova, data l’evoluzione dello spirito borghese e la non-negligenza dei fattori materiali e psicologici nella coordinazione dei rapporti intersoggettivi. In un’epoca in cui la proprietà dell’Io e l’Io della proprietà erano divenuti sinonimi di onniarchia, o di anarchia (che equivale a nullarchia, che è la stessa cosa della onniarchia ma con segno negativo), come volevano Max Stirner o Proudhon, una tale a-topia era già impensabile e incomprensibile.  Ma già prima, subito dopo la sua morte, l’identificazione di Charles con un nuovo Messia significa d’altronde questo: che quel Calcolo da lui prodotto gli Altri lo avrebbero interpretato a modo loro, cioè egoicamente, ognuno per proprio tornaconto edonistico, federativamente (Proudhon). Charles costruisce dunque una rete di interpreti collegati in vario modo (in modo “maggiore” e/o “minore”), curandosi unicamente di significare che comunque nella “rete” lui rappresenta il centro. Questo dato si collega significativamente alla decisione di dar luogo ad una sua “Scuola” (la “École sociétaire”, da lui creata nel 1832, contrapposta alla “École polytechnique” che viceversa lo aveva creato, usato e disconosciuto!).

    Un pensatore hors lieu così poliverso come Charles Fourier, una sua semi-associazione con una intelligenza straordinaria come quella di Joseph Fourier, i modi e le circostanze storiche e psicologiche in cui i nuovi principi della scienza seriale sono stati prodotti e fatti circolare, non potevano non “perturbare” interi settori della intellettualità di un’epoca così turbolenta per tante altre ragioni. Un’epoca, inoltre, in cui gli intellettuali svolsero un ruolo direttivo, attivo, e propositivo. Più in particolare è da ritenere che gli sviluppi armonicistici applicati al Sistema della natura e alla meccanica sociale producessero una forte tensione entro gli ambienti filosofici e scientifici parigini. Il fenomeno è molto complesso, ma sicuramente deve aver svolto un ruolo importante la reazione ideologico-spiritualistica che nell’ambito filosofico si preoccupa di isolare la fisica armonica anche alleandosi con i continuatori del Sistema positivo di Saint-Simon[AR57]  (Comte e il gruppo del Globe). La frattura fra le due teorie sistemiche (l’armonica e la meccanica) passava dunque dentro l’École polytechnique. Charles deve aver avuto degli interlocutori dentro questi ambienti scientifici, collegati tramite la sua persona alla neonata École sociétaire. Il suo stesso erede testamentario (per così dire), Victor Considerant, era appunto un ambiguo e “dublicefalopolitecnico societario. Quel Considerant  che certo di matematica e di affari se ne intendeva e che ha una grande responsabilità, comunque, nell’aver occultato la parte “matematica” del Sistema di Fourier palesando invece una attività censoria esplicita solo sulla parte attinente l’armonicismo etico-sessuale e gli elementi psicogenetici della biografia di Charles. Di fatto però i quaderni del Nuovo Mondo Amoroso sono al loro posto mentre i quaderni e gli appunti dedicati alle Serie matematiche spesso sono dispersi.

    Se la storia raccontata da Grandiville è vera, come sembra ( in effetti questo suo libro è un ritornello che ruota intorno al problema del plagio, del doppio, dei prestanomi, della proprietà intellettuale vera e presunta, e della perversità dei meccanismi di ricatto e di tacitazione inevitabilmente collegati alla fenomenologia del “si sa, ma non si dice”), allora ci troviamo davanti alla scanzonata illustrazione di malintesi e interdetti legati a echi di plagi e di imbrogli mirabolanti così intricati e diffusi da aver avuto conseguenze “storiche” rilevanti, tanto da influenzare importanti avvenimenti “culturali” che segnarono il regno di Luigi Filippo, nonché le origini stesse del socialismo. Il “socialismo disincantato” di Grandville potrebbe essere del tipo di quello di Proudhon, che qualche anno prima aveva pubblicato Che cos’è la proprietà: un furto. Plagio, furto, paternità fasulle, scambi di identità, essi stessi denunciati per dire e non dire, per “dualizzare” ancor più l’opinione pubblica entro una cornice storica di transizioni e mutamenti capillari, cui non sfuggono neppure le “scienze”, i movimenti esoterico-religiosi e la letteratura.

    Si legga Le socialisme par les astres di Auguste Blanqui, non si saprà mai perché tutto il problema “sociale” fosse di meccanica celeste. Si legga l’introduzione di Renouvier a Les Principes de la nature non si capirà mai perché una “serie” possa essere altra cosa che una “legge generale della associazione delle idee”. Si comprende anche la ragione profonda della autocensura di molti adepti del fourierismo. Autocensura riconducibile al traumatismo di una doppia figura di Fourier: da una parte veggente anticipatore dei tempi a venire (Messia), dall’altra Idiota “analogico” usato analiticamente dal Sapere “borghese”. Una “equivocazione” traumatica ed inutile si era aperta. Inutile perché Fourier non era né un Messia né un Idiota. Traumatica perché trasformava Fourier sia in un Messia che in un Idiota, sia in un genio che in un mistificatore. Producendo una doppia figura del personaggio, letto e interpretato in modo contraddittorio e assurdamente bivalente. Come esemplarmente avviene in Proudhon, che per un lungo periodo (1829-1846) produce su Fourier innumerevoli giudizi totalmente opposti fra di loro, manifestando dei “sentimenti indefinibili, un miscuglio, o meglio una alternanza di ammirazione e di disgusto, d’attrazione e di repulsione”, come chiarisce Fernand Rude in un articolato studio su “Proudhon e Fourier”[AR58]  (non è concepibile, senza motivarlo, un giudizio che simultaneamente vede in Charles uno dei più grandi geni dell’umanità e un incomprensibile e immorale “invasato”!). Duplicità di giudizio che ha ossessionato anche un critico eccentrico e intelligente come Frank Manuel, che nel vivace schizzo che fa di Charles, trova molti segni di psicosi e molti di normale genialità[AR59] . In particolare il Manuel si sofferma sulla manifestazione di stati estatici e sul ripetersi di frequenti periodi di alterazione del sonno della durata anche di una settimana.

    Resta il fatto che il salto qualitativo preconizzato nell’uso del matema informativo (cioè del sistema-mente), che doveva essere quasi istantaneo, e che doveva comportare un nuovo “piano organizzativo” (Cuvier) che armonizzasse le “passioni” umane in modo da superare i limiti di una dissonanza nella simmetria (bilaterale) costitutiva dell’essere dell’uomo (sappiamo oggi che in effetti l’uomo primeggia per tale perfezione, come la medusa per la simmetria radiale), presentava un margine di pericolosità notevole (Rousseau lo aveva forse intuito! E aveva voltato le spalle a d’Alembert e all’armonia) per i connessi problemi di adattamento ambientale, di comunicazione intersoggettiva e di riordinamento tecnico-industriale.

 
 


(Una vignetta di

Grandville che

illustra l’idea

fourierista della

grande trasformazione

che l’Armonia è in

grado di produrre)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    Il sogno della “comune” e dell’armonia universale è, di fatto, divenuto un salto nella “psicogenesi”, in molti casi. L’armonia dell’Occhio e dell’Orecchio, base dell’armonicismo audio-visivo, poteva essere, in quell’epoca, la via maestra della follia individuale e collettiva (come il sogno armonicista alimentato dallo stesso Napoleone!). Quel vaso di Pandora ch’era stato chiuso già una volta, nell’Atene del quinto secolo a. C., e che s’era riaperto quasi invisibilmente, doveva essere richiuso. È nei santuari stessi della scienza, e in primo luogo entro l’École Polytechnique, che passa la demarcazione delle tendenze schierate sui due versanti dell’armonicismo e del razionalismo neocartesiano.

    Che Charles Fourier sia stato introdotto dal cugino nel “santuario degli spiriti eccelsi” durante il suo viaggio a Parigi del 1797, mi sembra un fatto realistico. Che egli sia stato informato di questioni, in quel momento, centrali nel dibattito “geometrico-armonico”, più o meno palesabile, della comunità scientifica parigina, mi sembra un fatto altrettanto realistico, che inoltre può far inquadrare il contesto entro il quale si produce l’eurèka della illuminazione del 1799. Un po’ come per il contesto “enciclopedico” nella illuminazione di Rousseau nel bosco di Vincennes.

    Ciò che veramente ci interessa, al di là delle illazioni teosofiche, spesso “da cameriera”, di Grandville e successori, è il valore di quella illuminazione e la rilevanza di una sua influenza sugli studi di Joseph Fourier e di eventuali altri savants del “santuario parigino” (quali Georges Cuvier - che sembra anche corrispondere alla descrizione che Grandville fa del fantomatico Signor Temperino). Una tale influenza, legata alla elaborazione del calcolo seriale, deve esser data per scontata, almeno per un certo periodo e in una forma non del tutto corrispondente all’idea datane da Charles nella Lettera al Gran Giudice del 1803.

    Una corrispondenza di spiriti, soprattutto con Joseph, si deve esser verificata, come si è visto, in un momento cruciale della vita di Charles. Ma tale “collaborazione” è stata interrotta o allentata ad un certo punto per opportunità politiche e ambientali. Charles, a quel punto, ha inventato un referente che lui stesso si immagina dovesse rielaborare analiticamente il suoi calcoli “caotici”, e, in mancanza di un qualcuno reale, ha proiettato questa entità sovraordinata nel Futuro, correlandosi ad uno “scienziato” indeterminabile che avrebbe decifrato cognitivamente le sue visioni cosmologiche, analogiche e “rigeneratrici”. Inoltre, in un Nuovo ordine sociale, organizzato armonicamente e serialmente, la scoperta dei suoi meriti scientifici sarebbe avvenuta inevitabilmente prima o poi; e quell’ordinamento “sociale”, preconfigurato dal matema nascosto, concretamente avrebbe monumentalizzato il suo riconoscimento, sarebbe stato insomma il suo Nobel. Inoltre il timore “paranoico” di un interprete plagiario, suo contemporaneo, che avesse svelato e rubato i suoi calcoli e il suo Teorema matemico, e lo avesse privato degli onori della scoperta “universale” riservati al nuovo Cristoforo Colombo, lo ha indotto a segretare e camuffare (ma non certo a distruggerli) molti calcoli che potevano in qualche modo dar luogo ad un tale “plagio”. Invece, un interprete, molto lontano nel tempo, che avesse ritrovato nelle sue carte la scoperta del matema, non avrebbe avuto interesse a darsene la paternità, perché sarebbe stata, dopo uno o due secoli, una scoperta dell’uovo di Colombo. Questo deve essere, grossomodo, il quadro del comportamento psicologico introiettivo del nostro Charles, pur se il quadro “storico” può essere notevolmente diverso, e proprio a causa della fondamentale natura delirante della descritta introiezione. Che rappresenta, essa stessa, la migliore forma di istigazione, da parte stessa dell’interessato, a farsi derubare del proprio “tesoro”.

    Chi ricorda Ventimila leghe sotto i mari, di Jules Verne, può benissimo vedere nella paranoia scientista di Capitan Nemo una figura egualmente dualizzata e lacerata. Il desiderio di “punire il proprio secolo”, per l’incomprensione dimostrata per una scienza superiore, è nel cuore di Nemo, insieme al sentimento di una pietosa filantropia per la discendenza dell’uomo, per l’Umanità non colpevole della ricusazione e della misconoscenza dei meriti inventivi del precorritore dei Tempi.

    Penso quindi che lo stesso Charles abbia dilatato a dismisura un elemento di verità non certo trascurabile, riconducibile a conpartecipazione molto confidenziale con personaggi rilevanti del “santuario parigino delle scienze”. Quindi, allentandosi progressivamente questi legami, egli abbia sviluppato parallelamente e rielaborato autonomamente molti elementi del “sistema armonicistico”.

Con il suo stabilirsi a Parigi, dopo il 1826, si possono essere riattivati alcuni dei precedenti contatti. Ma anche in questo caso Charles avrebbe sovrastimato psicologicamente il suo ruolo entro l’ambiente. Producendo comunque non pochi effetti perversi, per l’intreccio stesso di elementi realistici con elementi affabulativi. Dove inoltre, spesso, gli uni erano scambiati con gli altri e viceversa.

    Purtroppo i seguaci di Charles, soprattutto per gli anni 1844-49, anni per i quali si può parlare di una prima renaissance di Fourier, per il rinnovato interesse, i molti inediti suoi pubblicati ne “La Phalange” e la confluenza di sansimoniani illustri nelle fila della scuola societaria, non hanno capito questo e hanno fedelmente visto in lui un “Fourrier”, cioè un “precorritore dei tempi”, il più grande genio dell’umanità. Non hanno visto invece la “psicogenesi”. Purtroppo i critici ostili di Charles neppure hanno capito questo e hanno visto in lui solo la “psicogenesi” e la follia della “beatificazione del godimento”, ma contemporaneamente ne hanno avvertito l’intelligenza “scientifica” senza saperne identificare i motivi. Lo stesso Victor Hugo racconta questo ritornello, come avverrà più tardi per i surrealisti.

    Lo stesso Marx sembra muoversi ancora in quest’ottica proprio per il peso di una perdurante aspirazione di rivincita scientifica influenzata dall’idea di una “scienza proletaria” più vera del sapere accademico e insieme più “messianica” . Nel lavoro e nella prassi Marx crederà di trovare quella funzione ergonomica classica che il nucleo matemico e creativo, ovvero quel misterioso 3° principio produttivo, sembrava assolvere in Fourier in modo “incomprensibile”. Un po' come era successo a Freud per la “psicogenesi” e il problema della compulsione creativa che in essa si manifesta, nella definizione della economia del soggetto.

    Fourier, con il suo rebus, aveva lanciato, una sfida socio-matematica ad ogni intelletto di potenza soi disant superiore, una sfida che era insieme un tranello e una richiesta di aiuto, un “help!” ma anche una trappola legata ad un incredibile desiderio di immortalità, ad una rivalsa narcisistica enorme riconducibile anche a riconoscimenti che avrebbe meritato lui stesso più che altri. D’altronde egli più volte ripete di volere punire il suo secolo. Non è banale questa affermazione perchè rivela un sentimento di rivalsa inponderabile. Rivalsa che sconfina nella dimostrazione stessa della sua abilità nel costruire e mantenere-in-verità un Teorema-Labirinto che sposava l’armonia e il caos, in un calcolo eutopico rigorosamente coerente, intuitivo e concluso, ma enormemente ingarbugliato malgrado la sua “sconcertante semplicità”. Calcolo che rappresentava anche una sfida indirizzata a quei savants cui si ricollega la sua speculazione.

    L’idea di una “doppia scienza” è parte assai rilevante di questo meccanismo creatosi intorno ai sottintesi travisamenti di una scienza ufficiale che scienza non è e di una scienza dell’avvenire che invece non è riconosciuta ancora come tale. Se Charles ha anticipato la scienza ufficiale di almeno mezzo secolo, se egli ha saltato a piè pari un’intera epoca di scientismo retrogrado e lo ha sbugiardato, questo è stato possibile, si dirà, perché la sua scienza era alternativa a quella dell’Accademia. Quest’ultima essendo quella delle poltrone e dei plagi, quella vera essendo, essa sola, creazione e cosmica “illuminazione”.

                                         _________________________________________________________

 

(Una vignetta di Grandville da Un autre monde che rappresenta il mondo rovesciato e la chiave dei campi)

   ____________________________________________________________ 

    Quel che si comunica, d’altronde, nel criptico testamento di Grandville è un fatto “storico”: nella Parigi del 1844 un meccanismo, dualizzante, cioè schizoide, e perverso nei suoi effetti “complessivi”, era sfuggito di mano a chi lo aveva innescato inconsapevolmente, e continuava, dopo la scomparsa degli interessati, a marciare per conto suo, e come una reazione nucleare non più contenibile, era divenuto un processo di massa, una valanga, coinvolgendo l’intero sistema della comunicazione interpersonale, che fosse di una qualche importanza per i suoi allacciamenti al “pubblico”: si veda, ad esempio, la vignetta del matrimonio di PuFF con la “Réclame”. Parigi, insomma, era diventata la Capitale del Secolo decimonono, come disse, più tardi, Walter Benjamin. La Ville lumière era divenuta in effetti la Capitale bicefala e schizogenetica di un aggrovigliato gioco di sponda fra la sua parte gauche e la sua parte droite. Il problema geotropico degli “illuministi-illuminati” aveva collassato, per far trionfare la visione cronotropica dell’aggiornamento e della scansione, della diffusione meccanica degli impulsi e della rincorsa perfezionista del Sistema positivo. Al Bureau des Longitudes si erano sostituite le Galléries la Fayette (era stato, pur sempre, un affiliato di Mesmer!). Il Sistema delle passioni era diventato la Passione del Momento. Proudhon, acuto filosofo della railway sotterranea e concittadino di Charles, sintetizzò il tutto dicendo che al Labirinto si era sostituito il Binario, alla Clessidra l’Orologio, e che alla Spada era subentrata la Bilancia. Il Sistema di Fourier si era definitivamente metamorfosato!

 

____________________________________________

        (Una vignetta di Grandville , da Le diable à Paris, che illustra l’idea chiave della analogia cosmologica di Fourier)

 

                              

____________________________________________

 

   

 

(Una vignetta de Le diable à Paris che illustra il Sistema di Fourier. La vignetta sarà riprodotta – modificata – in Un autre monde)

                     

 

 

 

                 © Antonio Rainone 1996/2008

 


 

 

Pagina: 1
 [AR1] Martines de Pasqually (1726-1774) fu uno dei massimi rappresentanti della tarda Cabala cristiana. Il suo Traité de la réintégration des êtres influenzò grandemente, come dice lo Sholem, le correnti teosofiche francesi ed in particolare Louis Claude de St. Martin che, insieme al Ballanche, esercitò indubbia influenza su Charles Fourier durante il periodo lionese (1801-1808).

Pagina: 2
 [AR2] J. Debû-Bridel, L’actualité de Fourier, Paris, édit. France-Empire, 1978, pp.59-60. Questa Lettera, pubblicata dal Pellarin solo nel 1874, è molto importante ai fini della comprensione della psicologia di Fourier.

Pagina: 2
 [AR3] Vds. J. Dhombres, L’École normale de l’an III - Leçons de mathématiques - Laplace Lagrange Monge, Paris, Dunod, 1992, pp. 281 e sgg.

Pagina: 3
 [AR4] Se la flussione esprime la velocità di crescita di una qualsivoglia forza in un sistema coordinato, se si considera il corpo come sottoposto all’azione di molteplici forze, se si prende sulla direzione di ognuna di queste forze “un punto fisso la cui forza tende ad avvicinare il punto del sistema al quale è applicata, il prodotto di questa forza per la flussione della distanza fra i due punti è il momento della forza” (Oeuvres, ediz. Darboux, vol. II, Paris, 1890, p. 479). Il Laplace aveva così definito i momenti: “La considerazione della leva ha fatto nascere l’idea dei momenti. Si dice momento di una forza, che fa girare il sistema attorno ad un punto, il prodotto di questa forza per la distanza del punto dalla sua direzione. Così, nel caso dell’equilibrio di una leva all’estremità della quale sono applicate due forze, i momenti di queste forze in rapporto al punto d’appoggio devono essere uguali e contrari ... “, Esposizione del Sistema del Mondo, tr. ital. in “Opere”, Torino, UTET, 1967, p. 502. André-Marie Ampère ritornerà, nel 1806, sullo stesso “principio delle velocità virtuali” in un articolo pubblicato sul Giornale della Scuola politecnica (in “Opere”, Torino, UTET, 1969, pp. 74-99): lo si confronti con lo scritto di Fourier per avere una idea della originalità della Memoria del 1798,

Pagina: 3
 [AR5] Oeuvres, cit., p. 480. Il Laplace esprime il concetto in questo modo: “nello stato di equilibrio, la somma dei prodotti di ciascuna forza per la quantità di cui avanza nella sua direzione il punto al quale essa è applicata, è nulla; e reciprocamente, se questa somma è nulla, qualunque sia la variazione del sistema, esso è in equilibrio” (Opere, Torino, UTET, 1967, pp. 504-5).

Pagina: 3
 [AR6] Op. cit., pp. 482 e sgg.. Più avanti inoltre si precisa: “Questa costruzione si applica ai movimenti di tutti i corpi in generale, e non ve n’è alcuno nel quale non si trovino certe indeterminate interamente indipendenti fra di loro, che oscillano separatamente. Così si compongono tutte le piccole agitazioni, in apparenza tumultuose e confuse, che noi possiomo osservare in prossimità dell’equilibrio” (p. 508).

                Malgrado l’estensione del concetto di “indeterminismo”, qui appare ancora più chiaramente come non si esca fuori dal concetto di determinismo newtoniano classico per la nozione stessa di equilibrio.

                In campo biologico, l’uso di questo tipo di “indeterminismo” fu rigettatto da Claude Bernard con argomenti limitativi all’uso del calcolo statistico, calcolo confinato ad essere applicato unicamente nei casi “nei quali vi sia ancora indeterminazione nella causa dei fenomeni osservati. In queste circostanze - continua il Bernard - la statistica non può servire, secondo me, che a dirigere l’osservatore verso la ricerca di questa causa indeterminata, ma essa non può mai condurre ad alcuna legge reale ... non vi sono leggi nell’indeterminismo; ve ne sono unicamente nel determinismo sperimentale, e senza questa ultima condizione, non vi potrebbe essere scienza” (Introduction à l’étude de la médecine expérimentale, Paris, Garnier-Flammarion, 1966, pp. 197-8).

Pagina: 3
 [AR7] François Arago riferisce della crescente ostilità di Laplace, Lagrange e Legendre alle semplificazioni e sviluppi adottati nel calcolo da Joseph, sino alla dichiarata contrapposizione del 1812 (Oeuvres, Paris-Leipzig, 1854, vol. I, pp. 340-1).

Pagina: 4
 [AR8] Ivi, pp. 519-521. Purtroppo questo primo scritto di Joseph non è stato correttamente valutato dal pur ottimo studio biografico-matematico di Grattan-Guinness, che è centrato sul manoscritto inedito del 1807 relativo alla Teoria del calore. Secondo questo Autore, in questo primo scritto Fourier ha sviluppato “some of Monge’s ideas on differential geometry in unpublished work on the curvature of surfaces” (cit., p. 22 nota), interessandosi quindi, solo più tardi, al problema completamente nuovo della diffusione del calore. Sicuramente vi sono importanti concordanze Fourier-Monge, e non è un caso che Auguste Comte trattando degli sviluppi della “teoria dei momenti”, li trascuri entrambi, dando invece grande rilievo alla “alta perfezione filosofica” cui solo il Lagrange avrebbe fatto pervenire la meccanica razionale (Cours de philosophie positive, vol. , Paris, 1830 - rist. 1968 -, 16^ lezione, pp. 488 e sgg.). La versione mistico-sociale della stessa posizione “matematica” di “ortodossia cartesiana” del Comte si trovava in un altro sansimoniano, Prosper Enfantin. Nell’inedito Le livre nouveau, scrive infatti Enfantin, “Se représenter la forme d’un objet par une formule rationnelle, et réciproquement se rendre raison, d’une forme matérielle par la formule rationnelle correspondante, telle doit être, depuis Descartes, la définition la plus élevée du véritable esprit scientifique. Notre oeuvre aujourd’hui doit consister à transporter dans la morale l’application de l’algèbre à la Géométrie ...” ( Lettres sur la vie future, appendice a Le livre nouveau, Ménilmontant, 14 luglio 1832. - Biblioteca de l’Arsenal, Fondo Enfantin 7641, pp. 4-5).

                Ernst Mach si è naturalmente interessato, nel suo La meccanica nel suo sviluppo storico-critico (Torino, Boringhieri, 1968, particolarmente pp. 457-468), alla meccanica analitica del Lagrange, della quale è elogiato lo stato di estremo perfezionamento in rapporto alla meccanica del d’Alembert. Notato che, nel Lagrange, la ricerca del principio di configurazione d’equilibrio del sistema è essenzialmente economico (ergonomico), il Mach non si sofferma sui problemi di integrazione di più equazioni lineari entro il sistema, come avrebbe richiesto una pur superficiale attenzione ai lavori di Joseph Fourier.

Pagina: 4
 [AR9] Una tesi del genere può sembrare stravagante. Non lo è affatto: il progetto Fourier fu affossato dalla Restaurazione politico-filosofica del pre-positivismo e dalla meccanica razionale neo-cartesiana. Un dovuto riconoscimento a Fourier, per l’uso costante che si fa dei suoi principi in Meccanica ondulatoria, si trova in G. Bachelard, Le rationalisme appliqué, Paris, PUF, 1966, pp. 188-193. Cfr. P. Dirac, I principi della meccanica quantistica, (§ 1, “Il principio di sovrapposizione”). Max Planck, Zur Geschichte der Auffindung des phisikalischen Wirkungsquantum (1943). Ritengo, comunque, che, malgrado l’originalità delle sue speculazioni filosofiche, Joseph si muova pur sempre, in fisica, entro il “principio galileiano di relatività” e nell’ottica di perfezionare la meccanica newtoniana.

Pagina: 4
 [AR10] Si vedano i documenti allegati alla edizione di Le magnétisme animal curata da R. Amadou (Paris, Payot, 1971). Mesmer, amico intimo di Mozart, affiliò influenti personaggi anche in Francia, fra cui Cabanis, Helvetius, Lacépede, Berthollet, Bergasse e Brissot (ivi, pp. 203-208 e 361-375).

Pagina: 4
 [AR11] Sulla faccenda e sulle “matemetiche della Rivoluzione” si veda Carl B. Boyer, Storia della matematica, Milano, Mondadori, 1990, pp.540-575. Si veda anche l’Elogio di J. Fourier pronunciato da Arago il 18 nov. 1833 (Oeuvres, cit., pp. 314-315). Arago dice chiaramente che lo scopo della missione “scientifica” in Egitto era assolutamente segreto.

Pagina: 4
 [AR12] La traduzione italiana della Dialettica della natura, che è di Lucio Lombardo Radice, non scambia (al contrario di noti studiosi francesi) Joseph con Charles, nella connotazione dell’autore del “poema matematico” di cui parla Engels. Comunque fu rilevante l’influsso di Mesmer anche su Shelling ed Hegel, come è stato notato dallo Sholem.

Pagina: 4
 [AR13] Cfr. Mesmer, Le Magnétisme animal, cit., p. 205. Grattan-Guinness, op. cit., p. 14. Buche Joseph, L’école mystique de Lyon 1776-1847, Paris, Alcan, 1935. In particolare questo Autore si sofferma sulle figure di Ballanche (che ebbe rapporti amichevoli con Charles Fourier), J. B. Willermoz e C. Saint-Martin, tutti “illuminati” e influenzati dal martinismo. Si vedano anche L. Blanc, Histoire de la Révolution française, Paris, 1848, vol. II, pp.115-6; Hubert Bourgin, Fourier - Contribution à l’étude du socialisme français, Paris, 1905. Molto interessante anche il testo di M. Matter, Saint-Martin. Le philosophe inconnu, sa vie et ses écrits. Son maître Martinez de Pasqualis, Paris, 1864, pp. 460. Fra i precursori di Saint-Martin sono studiati oltre al Martinez, J. Boehme, Cartesio, Malebranche e Fénelon. Fra gli eredi tedeschi dell’illuminismo son citati: Schelling, Baader e Feuerbach.

Pagina: 4
 [AR14] Gérard de Nerval, Les Illuminés, Paris, 1868 - prima ed. 1852 -, p. 236.

Pagina: 5
 [AR15] Notice inédite sur la découverte des lois intégrales du mouvement, Fondo Fourier dell’Istituto G.G. Feltrinelli di Milano, citato da Lehouck, op. cit., p.81. Le notizie biografiche che precedono sono estratte, in massima parte, dal libro di Lehouck.

Pagina: 5
 [AR16] Ernst Cassirer, Determinismo e indeterminismo nella fisica moderna (1937), Firenze, La Nuova Italia, 1970, p. 62.

Pagina: 6
 [AR17] Oeuvres, XII, pp. 415-417.

Pagina: 6
 [AR18] J. Kepler, Harmonice mundi, in Gesammelte Werke, München, 1940, libro terzo “De tribus medietatibus - Digressio politica”, pp. 186-205. La relazione ad Aristotele è ancora in Keplero che così lo corregge: “commutativam in equalitate arithmetica versantem, distributivam in similitudine geometrica... Non bene conflatur proportio ex speciebus duabus alijs, si utramque peremit. Est igitur applicatio haec meis medietatibus Harmonicis aptior. Ut in numeris 2.3.5. nec arithmetica est excessum aequalitas, nec Geometrica progressio, est tamen inter eos Harmonica” (pp. 190-1).

Pagina: 6
 [AR19] Cfr. l’edizione ital. della Teoria dei quattro movimenti e altri Scritti curata da M. Larizza, cit., pp. 146-149.

Pagina: 6
 [AR20] Grattan-Guinness, cit., pp. 8-14. Joseph Fourier, dice il G.-G., ha sviluppato e superato la posizione di Cartesio già dai primi corsi (1796-7) alla École Politecnique. 

Pagina: 6
 [AR21] Op. cit., vol. II, p. 310.

Pagina: 6
 [AR22] Ivi, pp. 292-309.

Pagina: 7
 [AR23] Op. cit., Quinta Lezione, t. I, pp. 178-9.

Pagina: 7
 [AR24] G. W. F. Hegel, Scienza della logica, tr. ital. Bari, Laterza, 1968, t. I, pp. 264-336. Cfr. Alain Badiou, La sovversione infinitesimale, in “Cahiers pour l’Analyse”, 9, 1968, tr. ital. Torino, Boringhieri, 1972.

Pagina: 7
 [AR25] A. Comte, op. cit., Quarantesima Lezione, t. III, p. 303. Il Comte si è lungamente soffermato nella esposizione della “termologia matematica” di Joseph Fourier, in una Lezione (Trentunesima, t. II, pp. 427-462) che tenne subito dopo la morte di questi. In queste pagine, Fourier è elogiato come il geniale fondatore della termologia positiva e come il risolutivo artefice delle procedure analitiche nel calcolo integrale. Non si fa menzione del Teorema sui cambiamenti di segno e delle polemica critica ai correttori della Regola di Cartesio che, invece, era nella Quinta Lezione. Il peso storico di questa “revisionecomtiana dell’opera di Joseph Fourier ha certamente contribuito a falsificarne il valore teoretico, proprio nella prospettiva di quella separazione delle scienze in campi nettamente delimitati entro il dualismo della materia e della vita, dell’inorganico e dell’organico, che sarà “l’equivalente positivista del dualismo metafisico dell’estensione e del pensiero” (G. Canguilhem, Études d’histoire et de philosophie des sciences, Paris, Vrin, 1975, pp. 61-80)

Pagina: 7
 [AR26] Fatalité-Providence-Libre arbitre, estratto della “Revue philosophique et religieuse”, Paris, 1856. Posizioni simili si trovavano già espresse in Enfantin e altri sansimoniani sensibili alla nuova religione fourierista della rigenerazione dell’uomo attraverso l’armonia. La fusione di serialità e dialettica hegeliana comincia inoltre ad essere una cosa scontata. Il sansimoniano P. J. Buchez equiparava, invece, serie e progressione, riducendo (a torto) il campo della analisi seriale ai due soli domini “storici” delle serie progressive e delle serie retrograde, nell’ottica riduttiva di una meccanica “positiva” e deterministica (Introduction à la science de l’histoire, Paris, 1842 - I ediz. 1833 -, vol. I, pp.145-165, vol. II, pp. 31 e sgg.).

Pagina: 8
 [AR27] Fr. Arago, Biographie de J. Fourier, cit., p. 327.

Pagina: 9
 [AR28] Manusc., côte 9, cahier 25, p. 39.

Pagina: 9
 [AR29] Côte supplem. 10 AS 12, pièce 8.

Pagina: 9
 [AR30] Citato da  Charles Pellarin, Vie de Fourier, Paris, 1871, pp. 32-3.

Pagina: 9
 [AR31] Pellarin, cit., p. 11; Lehouck, cit., pp. 18-24.

Pagina: 11
 [AR32] Lehouck, cit., pp.153-8.

Pagina: 12
 [AR33] Luc Ciompi, Affektlogik. Über die Struktur der Psyche und ihre Entwiklung. Ein Beitrag zur Schizophrenieforschung, Stuttgart, Klett, 1982; tr. ital. La logica affettiva, a cura di F. Giacanelli, Milano, Feltrinelli, 1994, p. 33. Il nucleo del double-bind consiste nel fatto che “Il bambino è punito se percepisce correttamente i messaggi della madre ed è punito se li percepisce distorti: in altre parole è coinvolto in un doppio legame”, come è stato assai bene formulato, sulla base della teoria della comunicazione, in un noto articolo “Verso una teoria della schizofrenia” (1956), da Bateson, Jackson, Haley e Weakland, vds. Luigi Cancrini (a cura di), Verso una teoria della schizofrenia, Torino, Boringhieri, 1977, pp. 75-100. Più in generale, G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, cit., parte III, “Forma e patologia della relazione”. Nella vasta letteratura che, successivamente, ha approfondito lo studio del double-bind si veda il lavoro di Mara Selvini Palazzoli e della sua équipe, Paradosso e controparadosso, Milano, Feltrinelli, 1975. Si vedano anche i fondamentali studi di Harold Searles raccolti in Scritti sulla schizofrenia, tr. ital., Torino, Boringhieri, 1974. Resta comunque fondamentale la Tesi di J. Lacan De la psychose paranoïaque dans ses rapports avec la personalité (1932), per la innovativa analisi clinica e teorica delle connessioni fra “psicogenia  e psicosi paranoica nei disturbi della personalità.

Pagina: 12
 [AR34] A conclusione del suo studio il Rank dice che, per l’etiologia della psicogenesi schizoide “è stato il narcisismo primario che, sentendosi particolarmente minacciato dall’annullamento inevitabile dell’io, ha creato, come prima rappresentazione dell’anima, un’immagine del tutto simile all’io corporeo, un vero e proprio Doppio, per potere negare il pensiero della morte attraverso uno sdoppiamento dell’io sotto forma di ombra o di riflesso” (ed. ital. Milano, SugarCo, 1979, p. 101).

Pagina: 12
 [AR35] “Là dove gli altri vedevano un solo pensiero, egli (Dostoevskij) ha saputo trovare e sondare due pensieri, uno sdoppiamento; là dove vedevano una sola qualità, egli ha scoperto in essa la presenza anche di un’altra, opposta qualità. Tutto ciò che sembrava semplice, nel suo mondo è divenuto complesso e composito. In ogni voce, egli ha saputo sentire due voci discordanti, in ogni espressione, l’incrinatura e la disposizione a passare a un’altra, opposta espressione ... egli ha percepito la profonda equivocità e plurivocità di ogni fenomeno” (M. Bachtin, op. cit., p. 44).

Pagina: 14
 [AR36] Introduzione al narcisismo, in “Opere”, vol. 7, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p. 455.

Pagina: 14
 [AR37] È noto come, per Platone, il bimorfismo simmetrico perfetto sia quello omo-maschile, con esclusione del bimorfismo ermafrodito, posizione assai ben analizzata, a puntello delle tesi freudiane, da H. Kelsen in L’amor platonico (“Imago”, 1933, tr. ital., Bologna, Il Mulino, 1985). Fourier in effetti rivoluziona le concezioni platoniche sostenendo il radicale ermafroditismo (maschile-femminile) di ogni uomo integrale. Cfr. G. Santas, Platone e Freud. Due teorie dell’eros, Bologna, Il Mulino, 1988.

Pagina: 15
 [AR38] “Poche migliaia di neuroni, in un punto preciso dell’ipotalamo, decidono dell’equilibrio energetico dell’uomo e della perpetuazione della specie. I comportamenti più fondamentali della vita umana dipendono solo per l’1% dal volume totale dell’encefalo” (J.-P. Changeux, L’uomo neuronale, cit., p. 130).

Pagina: 16
 [AR39] René Thom, Modèles mathématiques de la morphogenèse, Paris, Union Gén. d’édit., 1974, p. 187. Anche se la teoria dell’informazione è stata formalizzata solo dopo il 1948, si può parlare egualmente di sistemi prevalentemente informativi, come nel caso di Fourier, differenziandoli da quelli prevalentemente “meccanici” o ergonomici, più tipici della fisica classica.

Pagina: 16
 [AR40] Op. cit., il capitolo “Critique of Phallocentrism: Daniel Paul Schreber on Women’s Liberation”, p. 301. Cfr. D. P. Schreber, Memorie di un malato di nervi, a cura e con una nota di R. Calasso, Milano, Adelphi, 1974.

Pagina: 16
 [AR41] Carl G. Jung, Psicologia e alchimia, Torino, Boringhieri, 1981, p. 288. Il valore simbolico dell’androginia mercuriale, nell’ermetismo alchemico, è uno dei punti più approfonditi di quest’opera. L’inconscio, ha scritto altrove Jung, “è senza dubbio più antico e più primitivo della coscienza, ed è per questo che si potrebbe designare altrettanto bene l’egocentrismo di quest’ultima come un riflesso o un’imitazione del centrismo dell’inconscio” (Mysterium coniunctionis, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, p.464).

Pagina: 17
 [AR42] J. Debû-Bridel, cit., pp. 60-1. La traduzione italiana integrale di questa importante Lettera si trova nella Teoria dei quattro movimenti curata da M. Larizza, op. cit., pp. 159-175.

Pagina: 18
 [AR43] E. Cassirer, Determinismo e indeterminismo ..., cit., p. 61.

Pagina: 17
 [AR44] Grattan-Guinness (p. 1, p. 455); Lehouck (p. 15). È rilevante che il nome “Fourrier” compaia per entrambi anche in atti ufficiali, come la nomina a barone, per Joseph, e le corrispondenze “ministeriali”, per Charles.

Pagina: 19
 [AR45] È il disincanto e la conclusione della doppia impossibilità del paradiso che Cioran ha ritrovato nella morale dostoevskijana del  Sogno di un uomo ridicolo, in parallelo con la niciana disillusione sia del Paradiso celeste che del Paradiso terrestre. Cfr. E M. Cioran, Storia e utopia, Milano, Adelphi, 1982, p. 141. Dostoevskij descrisse nel suo taccuino (1877) il sogno utopico-politico che condensa tutta la sua “psicogenesi”; vds Diario di uno scrittore, Firenze, Sansoni, 1981, pp. 866-87. Gli apocalittici vedranno in questo “doppio paradiso” l’Inferno della coabitazione più ingombrante che si possa immaginare: mettete insieme l’uomo e Dio e vi ritrovate con il cadavere di Dio, ha detto qualcuno. Ma il Dio di Fourier che è Energia sta seppellendo l’uomo che è Forza debole. Si riparli dunque di Alleanze, anche se quella dei due-Fourier è finita (apparentemente) male, senza però mancare di perturbare l’intero diciannovesimo secolo (come forse era nel programma degli Illuminati).

Pagina: 19
 [AR46] “Sotto certe condizioni, i sistemi aperti tendono a uno stato indipendente dal tempo, il cosiddetto stato stazionario ... Lo stato stazionario mostra caratteristiche di regolazione veramente notevoli ... Se, in un sistema aperto, si raggiunge uno stato stazionario, quest’ultimo è indipendente dalle condizioni iniziali ed è unicamente determinato dai parametri del sistema, e cioè dai ritmi di reazione e di trasporto. È questa la cosiddetta equifinalità che si trova in molti processi organicisti, come, ad esempio, nella crescita”, L. Von Bertalanffy, Teoria generale dei sistemi, cit., pp. 225-6. Sulle conseguenze del principio d’ordine di Boltzmann, si veda I. Prigogine, “La termodinamica della vita” in La nuova alleanza, cit., pp. 73-94. In verità l’enunciazione del secondo principio della termodinamica è già presente in Sadi Carnot la cui memoria Sulla potenza del fuoco è del 1824.

Pagina: 19
 [AR47] Nel 1841, tre anni dopo la morte di Charles, il libro di Cantagrel dipinge la figura del Maestro come quella di un rigeneratore laico e scientifico dell’umanità, uno di quegli uomini “tanto completi da comprendere tutta una faccia del mondo, genii iniziatori, spiriti autoctoni, che, mantenendo con la Natura un commercio familiare, influenzano in modo potente i Destini della specie umana. Vi includo Prometeo, Pitagora, Archimede, Copernico, Galilei, Colombo, Keplero, Newton (che ha trovato l’Unità nel materiale, l’Attrazione, l’Armonia siderale), e Fourier, che, estendendo alle altre tre branche del Movimento generale la scoperta di Newton, ha prodotto i mezzi per la realizzazione dell’auspicio di Cristo, e costituito la Teoria dell’Unità universale; Fourier, in ultimo, che, per la Scienza e per l’Umanità, ha fatto lui da solo più di tutti gli altri insieme” (Le fou du Palais-Royal, Paris, Fayard, 1984, p. 356).

Pagina: 19
 [AR48] Grandville, Un autre monde, cit., pp. 262-3.

Pagina: 20
 [AR49] S. Freud, Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico, in “Opere”, vol. 6, cit., p. 456. In questo scritto mi sembrano inoltre molto forti le influenze filosofiche di Schopenhauer e la sua concezione della volontà cieca. Concezioni che si conciliano difficilmente con la copresente adesione di Freud ai principi della “scienza” biologica darwiniana. Cfr. Autobiografia, in “Opere”, vol. 10, pp.126-7. La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi, ivi, pp. 39-43. Ma la posizione di Freud, pur se in una linea di ricerca coerente, non è filosoficamente monolitica. Per gli sviluppi più recenti, entro la psicoanalisi, di queste problematiche si veda la sintesi esemplare datane da Otto Kernberg, Internal World and External Reality (1980), tr. ital. Torino, Boringhieri, 1985.

Pagina: 21
 [AR50] J. Lacan, Le moi dans la théorie de Freud et dans la technique de la psychanalyse, Paris, Seuil, 1978, pp. 60-97. Non è un caso che per rileggere Freud, in questo caso, Lacan si sia servito della teoria dei sistemi e della rudimentale informatica dell’epoca (1954), utilizzate magistralmente. Cfr. S. Freud, Al di là del principio di piacere, in “Opere”, vol. 9, cit., pp. 193-240. Già nel 1926, G. Groddeck, scriveva Vom Unsinn der “Psychogenese” (“L’Arche”, 1, 1926), per rimuovere la complicazione che presentava il termine “psicogenesi”. Cfr. C. G. Jung, Il problema della psicogenesi nella malattia mentale (1919), e Psicogenesi della schizofrenia (1939), in “Opere”, vol. III, cit., pp. 219-236 e 243-260.

                Vorrei che fosse chiaro che la critica a Freud non deriva, qui, dalla ripresa di quell’Al di là del principio di realtà, che è nel cuore di Eros e Civiltà di Herbert Marcuse, e che è in linea con molta parte della utopologia visionaria prodotta dal Prinzip Hoffnung. Neppure mi sembrano molto rilevanti le critiche, popperiane, che Adolf Grünbaum ha portato a I fondamenti della psicanalisi (1984).

Pagina: 22
 [AR51] P. Leroux, De l’Humanité, Paris, 1845 (seconda ed.), vol. I, pp. 176-180. La “sintesi” del Leroux si conclude emblematicamente con la fusione del non-moi fourieriano con l’io dell’individualità della tradizione cristiana nella genericità comunitaria della specie (Épilogue, vol. II, pp. 413-14).

Pagina: 22
 [AR52] Op. cit., p. 264. Gli antichi tutti, è interessante notare, hanno ignorato questa grande verità, parole di Fourier-Grandville. L’opposto del Monde à rebours è “un monde à droit sens”, Cantagrel, Op. cit., p. 175. Per raddrizzare il mondo bisogna dunque mettere in ordine i sensi, cosa che deriva appunto dal matema passionale.

Ma che la cosa fosse collegata alla geografia lo si può capire dalla lettura delle pagine finali che Arago dedica all’Elogio di Joseph Fourier, con l’evocazione di una “atlantide iperborea” che nell’estremo Nord del pianeta era coperta di palme e di foreste, prima dell’inizio di un’epoca di raffreddamento che ha trasformato definitivamente la terra in un sole incrostato (cit., pp. 344-350).

Pagina: 22
 [AR53] Per tutte, si rivedano “Da Bergson a Lukàcs” e le pagine dedicate al concetto di alienazione nel giovane Marx, in Il marxismo e Hegel, Bari, Laterza, 1969, pp. 317-356 e 357-402.

Pagina: 22
 [AR54] C. Baudelaire, Curiosités esthétiques, in “Oeuvres”, vol. I, Paris, Garnier, 1962.

Pagina: 24
 [AR55] Op. cit., p. 6. Per gli amanti delle vignette a chiave, si vedano concert à la vapeur, partendo dalla scritta “le moi et le non moi, symphonie en ut majeur”, e la stupenda vignetta di pagina 12 in cui compare una cartella portafogli assai simbolica.

Pagina: 25
 [AR56] Physiologie du goût, cit., pp. 217-227.

Pagina: 26
 [AR57] In una lettera del 22 maggio 1829 (côte supplem. 24), Enfantin ringrazia Fourier per l’invio di una copia del Trattato d’associazione domestico-agricola e lo invita a studiare meglio il Sistema di Saint-Simon, per cui acclude alcune opere di questi e sue. Charles ha però sempre rifiutato qualsiasi promiscuità con i “ciarlatani” della setta sansimoniana. In una lettera a Considerant del 30 ottobre 1831 (côte supplem. 21-13, p. 9), Charles dichiara - in opposizione ai sansimoniani del Globe che volevano lavorare “à l’écart des hommes” - di essere il solo riformatore che si sia rifatto alla natura umana “en l’acceptant telle qu’elle est, en trouvant le moyen de l’employer avec ses défauts, inséparables de l’homme”.

                Saint-Simon, come dice egli stesso nell’ Autobiografia, aveva frequentato l’École polytechnique nel periodo 1797-1801, per studiarvi la fisica dei corpi bruti. Si era poi stabilito nei pressi della Scuola di medicina per studiarvi i “corpi organizzati”. Teoricamente avrebbe anche potuto incontrare Charles. La cosa non avviene perché essi si muovevano in due diversi milieux. Saint-Simon era indubbiamente uno spirito più enciclopedico nel senso classico e, per mentalità, estraneo a qualsiasi curiosità settaria o ermetica. Non così Fourier.

Pagina: 27
 [AR58] Actualité de Fourier, cit., pp. 33-55. L’opera di Proudhon che più risente di tali contorsionismi è De la création de l’ordre dans l’humanité (Paris-Besançon, 1843). Eppure Proudhon scriveva nei suoi Carnets, nell’ottobre 1845: “Io sono il solo interprete che Fourier abbia ancora avuto sinora”.

Pagina: 27
 [AR59] Frank E. Manuel, I profeti di Parigi, Bologna, Il Mulino, 1979, pp. 245-303. I tratti di Charles che più colpiscono il Manuel sono: “parlava da solo, aveva momenti di eccitazione, poteva restare sveglio per una settimana, era incapace di concentrarsi a lungo su qualsiasi lavoro... meticoloso...lo sguardo fisso come se si trovasse in un continuo stato di estasi; ma aveva un’ottima memoria, che alimentava con una serie infinita di fatti apparentemente raccolti a casaccio ... In qualità di commerciante aveva osservato uomini di tutti i ceti, aveva ascoltato i loro discorsi” (pp. 247-250). Il Manuel trova, in quest’uomo diviso, un genio nevrotico ma anche un genio incompreso perché, per molti versi, precorritore dei tempi. Cfr. C. Limousin, De la prétendue folie de Fourier, in “Revue d’économie politique”, Paris, XII, 1898, pp. 477-496.